Era il 1987 quando Gro Harlem Brundtland, coordinatrice della Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo enunciò per la prima volta la definizione di sviluppo sostenibile:

“[…] è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”

“Our Common Future” fu un rapporto visionario per il tempo; negli anni ’80 fenomeni come il buco nell’ozono e il riscaldamento globale erano argomenti confinati nelle stanze e nei laboratori delle facoltà tecniche delle università. Oggi, più che mai, diventa un tema caldo delle agende politiche di mezzo mondo.  La spinta etico-ambientalista dell’opinione politica e pubblica degli anni Duemila è un figlio viziato di un genitore lassista e indulgente. Una sveglia che probabilmente suona in ritardo, e il tempo per recuperare si riduce quotidianamente. Ma a che prezzo?

Il sovrappopolamento del pianeta non è una questione che si affaccia in maniera allarmista sulla scena solo oggi. Già dalla fine del Settecento Thomas Malthus presagiva apocalittici scenari di insufficienza delle risorse, preannunciando che lo sviluppo tecnologico avrebbe portato insieme al benessere sociale una esplosione della domanda di beni, cui i produttori non sarebbero stati in grado di far fronte. 

Gro Harlem Brundtland

Oggi si chiacchiera continuamente di overshooting day, il giorno in cui il pianeta esaurisce le risorse a disposizione per l’anno in corso, accorciando la scadenza di un giorno ogni anno. In pratica stiamo chiedendo alla Terra un prestito eterno, che si gonfia di anno in anno, a causa degli interessi passivi, e che non riusciremo mai a ripagare. Solo che alla natura non si può dichiarare default. 

Ed ecco che una serie di nuove pratiche ecologicamente sostenibili, almeno cosiddette tali, entrano sulla scena: le imprese vanno alla spasmodica ricerca di innovazione che possa ridurre l’impatto ambientale, economico e sociale del sistema produttivo. Il modello di Corporate Shared Value (Valore condiviso dell’impresa), uno slogan attraente ma vuoto di significato pratico, nasce sulle tastiere della star dell’accademia a stelle e strisce, Michael Porter: aziende e società devono lavorare in sinergia al fine di costruire un modello di sviluppo che abbia un impatto positivo sull’ambiente, sulla società stessa e sui profitti. 

Sono questi i presupposti che fanno nascere nuovi modelli di mercato come la Circular Economy, l’economia circolare: non sprecare o buttare ciò che si è già utilizzato, ma farlo rientrare in circolo per poterlo rendere ancora fruibile. Certo, in alcuni settori questo modello è inconsapevolmente in uso, come prassi sociale virtuosa, sotto forma di un altro ramo della stessa pianta: l’economia della condivisione, o sharing economy, nella versione pop anglosassone. Cedo ad altri, a titolo gratuito o con un piccolo contributo, ciò che ho già utilizzato, oppure condivido con altri quello che uso. Anche qui però il mercato ha preso il sopravvento, andando a generare profitto intercettando una parte di potenziale clientela che prima non poteva accedere a molti servizi: nascono così colossi come AirBnb o Bla Bla Car, tanto per citare delle fabbriche di denaro che fondano il loro business sulla condivisione. 

L’economia circolare apre un dibattito di tipo differente, perché oltre al riutilizzo di beni di tipo tecnico, aprono al lato biologico dei processi produttivi: l’eliminazione del rifiuto inerte e la loro sostituzione con surrogati di matrice organica. Questo settore è sicuramente di particolare interesse nell’ottica del rimedio allo spreco di risorse, ma che nasconde una serie di lati potenzialmente negativi. 

La forma più comune di economia circolare riguarda la produzione di energia. Le fonti rinnovabili sono un prodotto dell’economia circolare. Eppure, nonostante da un lato si stia puntando con entusiasmo alla sostituzione dei combustibili fossili con eolico, solare o biomasse, l’impatto ambientale di queste fonti non è del tutto sostenibile. Un esempio: il ciclo di vita delle batterie delle auto elettriche o quello delle celle fotovoltaiche ha un impatto ambientale molto più elevato rispetto alle emissioni del gasolio. 

Un altro impiego che sta prendendo piede nel senso del modello economico circolare è quello del packaging sostenibile e dell’eliminazione di piatti e bicchieri di plastica negli esercizi commerciali e sugli scaffali. Ad oggi esistono dei materiali che ad occhio e consistenza sembrano molto simili alla plastica, ma vengono ottenuti dal trattamento di alcune alghe, come ad esempio agar-agar. Un altro famoso esempio riguarda la politica della catena Eataly, che ha introdotto nei suoi ristoranti stoviglie di Mater-Bi, un brevetto di bioplastica italiano. 

C’è un grande problema legato all’utilizzo di queste tipologie di prodotti, che a nessuno sembra interessare: sono organici, dunque per definizione biodegradabili, creando un problema di conservazione e di possibile contaminazione soprattutto per gli alimenti che sono preposti a contenere. 

Il lato economico della faccenda non è sicuramente da meno: i prodotti di matrice organica hanno un costo di produzione maggiore in termini di materie prime, tecnologie e conoscenze, facendo risultare il prezzo di vendita finale del prodotto di gran lunga superiore al costo di un prodotto convenzionale. Non tutti i consumatori sono disposti, quindi, ad accettare di pagare un prezzo più elevato in nome della salvaguardia ambientale e per un prodotto che spesso ha delle caratteristiche tecniche peggiori rispetto ad un equivalente convenzionale. Negli ultimi anni, infatti, si è diffusa una doppia pratica negativa, sia dal lato del produttore che del consumatore: i primi fingono di comportarsi in maniera sostenibile, i secondi, anche, facendo poi emergere la riluttanza reciproca verso comportamenti che abbiano un impatto positivo sull’ambiente. Green-washing e consumo non etico sono il volano del fallimento dell’economia circolare, e oggi sono diffusi più che mai. 

Il problema, quindi, si sposta su un piano etico, politico, economico e culturale che rende l’economia circolare un punto cardine del dibattito pubblico in futuro: il punto primario che, volenti o nolenti, dovrebbe mettere d’accordo tutti è che la natura non fa sconti. Resta sicuramente da capire quanto l’attività antropica ne stia accelerando il degrado, ma l’esaurimento delle risorse a disposizione è un problema reale: oggi siamo quasi 8 miliardi, e le previsioni di Malthus sono più che mai possibili. 

Molto resta da capire in merito all’efficacia dell’economia circolare: mantenendo il discorso su un piano prettamente realistico, senza estremizzazioni particolarmente entusiastiche o inutilmente catastrofiche e complottiste, l’economia circolare assoluta resta un’utopia, ed il perché è presto chiarito: la scienza parla chiaro, e se esistono le leggi della termodinamica e il concetto di entropia, tanto caro quanto abusato in tutti i settori, non esiste un recupero integrale delle risorse, qualcosa andrà comunque, inesorabilmente perduto. 

Il grado di efficienza è sempre perfettibile, ma la durata della transizione verso un sistema economico sostenibile durerà decenni. E non è detto che riuscirà. C’è un effetto culturale, diviso per nazioni, che sicuramente creerà notevoli frizioni; le abitudini delle persone non possono mutare radicalmente da un giorno all’altro. 

C’è, infine, una considerazione di carattere sociale: l’impiego di prodotti a basso impatto ambientale, in una società del benessere come la nostra – benessere inteso come disposizione immediata di beni e servizi – rende la transizione verso l’economia circolare come un impoverimento economico della società, soprattutto nel breve periodo: saremo costretti, in pratica, a pagare di più per avere “di meno”. Nei casi più estremi si potrebbe parlare di proletarizzazione di massa, con un livellamento verso il basso delle classi medie. Dall’altro lato, invece, si assisterà ad un rafforzamento dei grandi gruppi multinazionali: l’innovazione tecnologica e le spese che essa comporta sono infatti alla portata delle sole grandi imprese, che inevitabilmente andranno ad assottigliare il tessuto imprenditoriale delle piccole e medie aziende, che nel medio e lungo periodo non possono sopportare il costo del “progresso”. 

Cultura e società sono elementi che si scontrano, spesso, con le inesorabili leggi del progresso. Lo sviluppo sostenibile è un’urgenza del mondo attuale, proprio perché la madre Terra non è in grado di stare al passo delle necessità antropiche. Ma l’etica, o l’irruenza, dell’economia, parla una lingua diversa rispetto al bisogno umano. Greta Thunberg è stato lo strumento per sollevare a livello globale una necessità dell’economia, affinché il popolo si abituasse all’austerità in cambio di un termine positivo in più nella nostra equazione intergenerazionale. Ma la Greta di cui ha bisogno il mondo non ha le trecce e non viaggia in barca a vela con i rampolli del neoliberismo.