Il Jobs Act è una riforma del diritto del lavoro attuata dal governo Renzi. In particolare ci si riferisce alla Legge n.183 del 10 Dicembre 2014, una legge delega che permetteva al governo di riformare il mercato del lavoro allo scopo di incentivare e facilitare le assunzioni a tempo indeterminato, favorendo da un lato la flessibilità del lavoro per imprese e lavoratori, dall’altro la tutela per chi perde il lavoro. Il Jobs Act si articola in otto decreti legislativi approvati tra Marzo e Settembre del 2015. In sostanza questi renderebbero più facili le assunzioni a tempo indeterminato poiché permettono alle imprese di non pagare i contributi sui nuovi assunti con questa forma contrattuale per tre anni. D’altro canto renderebbero più facili i licenziamenti, dato che l’indennizzo per un licenziamento senza giusta causa corrisponde a due mensilità per ogni anno di anzianità (dunque decisamente basso per le imprese) e viene escluso il diritto al reintegro al posto di lavoro per il licenziamento causato da motivazioni economiche. Dal punto di vista degli ammortizzatori sociali il Jobs Act è stata la riforma che ha cercato di aumentare il numero delle persone a cui sono rivolti, riducendo però la consistenza e la durata dei sussidi. Ha regolamentato i vari ammortizzatori, eliminando la mobilità e introducendo la NASPI (Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego), il DIS-COLL (Disoccupazione per i Collaboratori) e l’ASDI (Assegno di Disoccupazione).

Scopo primario del Jobs Act è dunque quello di aumentare l’occupazione in Italia, favorendo le imprese attraverso la decontribuzione e incentivandole a stipulare contratti a tempo indeterminato a discapito di quelli a termine. Questi tre grafici mostrano rispettivamente l’andamento del tasso di occupazione, di disoccupazione e di disoccupazione giovanile (elaborazione grafica personale, dati ISTAT). I dati sono espressi in percentuali e i periodi considerati sono i trimestri, dall’ultimo del 2014 al secondo del 2016. Analizzando questi grafici emerge subito che la situazione dal punto di vista occupazionale sia migliorata, in particolar modo da Marzo 2015 (quindi dal secondo trimestre del 2015) quando è entrato in vigore il contratto a tutele crescenti alla base del Jobs Act. Se l’occupazione da quella data è aumentata di più di un punto percentuale, la disoccupazione non è da meno mostrando un andamento decrescente, seppur con dei punti di stagnazione. Risultati ancora migliori si notano dalla diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), che solo nel secondo trimestre del 2015 è calata di 3,2 punti percentuali, mostrando poi un andamento continuativamente decrescente. Ciò non è spiegabile, o comunque ammortizzabile in parte, da un incremento della popolazione inattiva, dato che il tasso di inattività mostra una progressiva, seppur lenta, discesa.

occupaz

Evoluzione del tasso di occupazione in Italia negli ultimi trimestri.

disocc

Evoluzione del tasso di disoccupazione in Italia negli ultimi trimestri

 

giovanile

Tasso di disoccupazione giovanile in Italia.

Flessibilità

Obiettivo del Jobs Act è trovare il giusto connubio tra flessibilità del lavoro e l’assunzione attraverso contratti a tempo indeterminato. Se si è appena visto che i dati sull’occupazione sono indiscutibilmente positivi, analizziamo ora altri dati che mostrano, nel dettaglio, le stipulazioni di contratti a tempo indeterminato e a termine (elaborazioni grafiche personali, dati INPS – Osservatorio sul precariato). Nel grafico successivo vengono mostrate le assunzioni medie mensili nei primi nove mesi degli ultimi tre anni, distinguendo assunzioni a tempo indeterminato e a termine.

assunwioni

Assunzioni medie mensili nei primi tre trimestri di ciascun anno, differenziate per tipologia contrattuale.

Dal punto di vista delle assunzioni a tempo indeterminato, in ogni mese del 2015 sono state assunte più persone che nei rispettivi del 2014, mentre nei primi nove mesi del 2016 le assunzioni sono drasticamente calate rispetto agli stessi periodi dell’anno precedente, con numeri che sette mesi su nove sono inferiori anche a quelli del 2014. D’altra parte, le assunzioni a termine sono invece aumentate progressivamente, sia dal 2014 al 2015, che dal 2015 al 2016. Nella seguente tabella (dati INPS – Osservatorio sul precariato) viene mostrata la variazione netta dei contratti di lavoro a tempo indeterminato, ossia oltre alle nuove assunzioni si considerano le trasformazioni dei contratti a termine e dei contratti di apprendistato, più ovviamente le cessazioni.

tabella

 

 

 

 

 

Anche la variazione netta verifica il trend generale precedentemente descritto: ad una situazione decisamente migliorativa nel 2015 si nota un forte peggioramento nel 2016, non solo nei confronti dei dati del 2015, ma anche di quelli del 2014. In aggiunta a questi dati sulle tipologie di contratti, non va assolutamente dimenticato l’utilizzo dei voucher come mezzo di pagamento. Dalla tabella riportata qui sotto (dati INPS – Osservatorio sul precariato) si evince come il pagamento tramite voucher sia una pratica in continua crescita in ogni area dell’Italia, e il Jobs Act non ha assolutamente frenato la crescita di questo fenomeno, che anzi non ha accusato minimamente la riforma.

voucher

Acquisto di voucher nei primi tre trimestri degli ultimi tre anni.

 

Produttività

Obiettivo primario del Jobs Act non era quello di incrementare la produttività delle imprese, ma questa riforma ha influito pesantemente su questo fattore, che nel 2015 è diminuito dello 0,3% (dati ISTAT), constatabile anche da un aumento del PIL ben più lieve dell’aumento dell’occupazione. Se un’interpretazione classica, più che altro marxista, potrebbe vedere nel calo della produttività la giustificazione a un aumento della produzione (ridurre il prodotto per lavoratore lasciando inalterata la quantità prodotta significherebbe assumere più lavoratori, a parità di fattori tecnologici), la spiegazione è decisamente più articolata, e meno positiva. Il calo della produttività è infatti perfettamente giustificabile dall’introduzione del contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Se aumenta la flessibilità del lavoro, dunque la facilità con cui le imprese possono assumere-licenziare-riassumere, cala innanzitutto la formazione dei lavoratori, dato che saltando da un’impresa all’altra non riescono ad acquisire competenze specifiche e le imprese non sono incentivate a fargliele acquisire, dato che hanno più convenienza nell’assumerne un altro con le stesse, senza farne specializzare nessuno, o quasi. In secondo luogo le imprese sono disincentivate nel modernizzare e attualizzare i propri fattori produttivi, per lo stesso motivo precedentemente descritto. Se infatti il costo del lavoro è più basso e il mercato del lavoro è più flessibile, le imprese trovano più conveniente investire in forza lavoro, seppur con contratti spesso precari, piuttosto che in tecnologie. Questo risultato era del tutto prevedibile, in quanto mai è stato riscontrato il nesso tra flessibilità e produttività. Anzi, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha dimostrato empiricamente come non vi sia un rapporto direttamente proporzionale tra  l’indice di protezione del lavoro (Employment Protection Legislation) e produttività. Ciò si capisce benissimo dal Grafico qui dotto (dati OCSE) che mostra quanto appena detto.

produtt

Rapporto tra Indice di Protezione del Lavoro (EPL) e produttività in Italia tra il 1990 e il 2008.

 

Conclusione

Volendo concludere brevemente quanto descritto precedentemente con l’ausilio di dati e grafici, è innegabile che la riforma del lavoro passata sotto il nome di Jobs Act abbia avuto effetti positivi sull’occupazione, constatabili da un aumento del tasso di occupazione e da una diminuzione di quello di disoccupazione, sia generale che giovanile. Analizzando però più a fondo altri dati, emerge che ciò è stato possibile sostanzialmente grazie ad una diminuzione delle tutele per i lavoratori salariati e all’impiego di contratti instabili che hanno incrementato la precarietà: contratti a termine, di apprendistato e soprattutto il pagamento tramite voucher. Quindi affermando che per ottenere crescita si debba far ripartire la  domanda interna, deve per forza di cose ripartire il consumo dei privati, e ciò non può accadere di certo con politiche che danneggino i redditi derivati da salario. Inoltre c’è da considerare che gli effetti positivi della riforma sono da associare alla decontribuzione, dunque dal pagamento dei contributi di una parte dei lavoratori da parte della spesa pubblica, per una certa percentuale di nuovi assunti a tempo indeterminato. Quando la decontribuzione finirà la situazione sarà ancor peggiore di quella odierna, dato che già nel 2016 gli effetti positivi del Jobs Act sono visibilmente spariti. Il tutto considerando che né la produttività né la domanda interna cresceranno con politiche di flessibilità del lavoro, e ciò è stato ampiamente dimostrato nel corso dei decenni. Infine va aggiunto che una politica economica che voglia perseguire seriamente gli obiettivi di aumento dell’occupazione e della produttività, quindi di crescita, non può precludere dalla messa in discussione delle politiche di rientro dal debito che hanno caratterizzato l’agenda economica dei governi Italiani negli ultimi anni.