Con la crisi economica generale, ed in particolare con i suoi effetti assai marcati nell’area dell’euro- pardon, del marco- gli economisti si sono via via divisi in un dibattito sulle cause che meglio spiegassero come si è arrivati a questa congiuntura per noi sfavorevole. Le interpretazioni possono essere due, entrambe risalenti alla crisi che colpì l’economia mondiale nel 1929. Allora, così come oggi, vi furono due interpretazioni diverse sulle origini del problema: da una parte uno squilibrio interno ai singoli paesi, di natura inflattiva (o deflattiva) e di natura fiscale. Quest’ultimo, in particolar modo a partire dall’odierna crisi, è stato riproposto con forza dai teorici della famosa “austerità espansiva”. Alesina, Perotti, Giavazzi vedono (o forse è più coretto dire vedevano) le cause della crisi dell’euro nella insostenibilità dei debiti pubblici. La soluzione era quindi di tipo fiscale, ma -e qui ribadiamo due volte il ma- accantonando i possibili effetti keynesiani di una qualsivoglia politica fiscale e cioè in buona sostanza l’aumento della spesa pubblica o l’abbassamento delle imposte

A fronteggiare questa visione, vi sono economisti con un’impostazione diversa, quali Krugman che nel corso degli anni hanno individuato nel debito estero e cioè negli squilibri di conto corrente i problemi dell’eurozona. Anche qui, simmetricamente il dibattito può essere accostato a quello che lo stesso Keynes descrisse nel suo “Le conseguenze economiche della pace”, uno dei libri più profetici del novecento sul piano delle relazioni internazionali. Il disavanzo delle partite correnti, ed il sistema dei pagamenti mal congegnato tra le due guerre mondiali (Gold Exchange Standard), avrebbero favorito il crollo del sistema internazionale. Se a ciò aggiungiamo la crisi economica del 1929 si può comprendere da questa prospettiva il crollo della Repubblica di Weimar (che potrebbe essere vista al pari dell’Unione Europea di oggi come una fragile costruzione per tentare di superare i vari poli nazionali del tempo, attraverso un meccanismo istituzionale di check and balance) e il successivo rigetto da parte tedesca di qualsiasi pagamento richiesto dagli Alleati. Questo per quanto riguarda la Germania, qualche anno dopo ha dato vita al nazismo

La spiegazione dei disavanzi gemelli torna poi d’attualità negli Stati Uniti durante gli anni 80. Infatti nell’era Reagan per la prima volta dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, gli USA si trovarono nella condizione di debitori netti nei confronti dell’estero. Ma non solo: le politiche economiche di Reagan che favorirono un abbattimento delle tasse, al tempo stesso generarono un forte debito pubblico. L’impostazione ideologica dell’Unione Europea ai suoi albori ha sicuramente preso poco dalle considerazioni di chi vede l’attuale crisi dell’Euro (e parallelamente la crisi mondiale del 1929) come un problema sostanzialmente di squilibri nella bilancia dei pagamenti. Tanto è vero che, prima dell’introduzione della moneta unica, lo sforzo dei paesi europei si è concentrato nel ridurre i disavanzi di bilancio, pur tenendo in considerazioni che alcuni paesi hanno comunque adottato l’euro senza soddisfare i requisiti richiesti

Il caso italiano è alquanto suggestivo perché rende bene l’idea della problematica di avere uno dei debiti pubblici più elevati al mondo. Ma al tempo stesso l’Italia potrebbe onorare senza alcuna difficoltà questo elevato debito. E non esattamente seguendo i dettami dell’austerità espansiva che, come si è visto nella pratica, stanno aggravando ulteriormente la recessione. Onorare il debito pubblico vuol dire disporre dei propri beni senza imposte o patrimoniali varie. Questa è l’unica condizione per riattivare la leva della spesa pubblica e potersi indebitare: liberare le energie e aumentare quel risparmio nazionale che è la condizione necessaria per avere crescita. Il dato certo è che l’Euro ha sicuramente sfavorito tutto ciò creando maggiori squilibri sia in termini di debito pubblico (il quale di anno in anno è via via cresciuto, sia in termini di bilancia dei pagamenti (il famoso spread a 500 nel 2011 è stato generato da un mercato all’interno della stessa valuta, ma con trasferimenti che da Sud si sono spostati verso il Nord dell’eurozona). L’uscita dell’Italia dallo SME (sistema monetario europeo) nel 1992 è stata resa necessaria proprio da un momento di congiuntura economica tra disavanzo del bilancio pubblico e disavanzo delle partite correnti. E quest’ultimo è in buona parte stato determinato da una costruzione monetaria (lo SME) che negli anni è sempre più andata a favore del marco. Con l’Euro lo scenario non cambia. O meglio: muta, ma in peggio; perché il marco attuale si chiama euro, il tasso di cambio è fisso e senza aggiustamenti, l’economia è in deflazione, il risparmio degli italiani da quando si è entrati nella moneta unica è andato peggiorando. E le tasse quelle che tanto per intenderci stanno distruggendo il patrimonio che ci permetterebbe di onorare il nostro debito pubblico- quelle tasse col tempo sono aumentate. E se la spesa pubblica che in Europa non si è mai utilizzata fino a qualche tempo fa era più o meno stabile, nel corso del tempo è stata abbattuta. Alcuni definiscono tutto ciò austerità espansiva, altri più semplicemente recessione