Negli ultimi trent’anni, le grandi corporations hanno raggiunto picchi di profitto mai visti prima, mentre i lavoratori hanno sofferto una progressiva erosione dei loro diritti e retribuzioni. I campanelli d’allarme cominciano ora a risuonare anche ai vertici dell’oligarchia industriale e finanziaria, in merito alla prospettiva di un’esplosione del malessere sociale – mentre le disuguaglianze nella ripartizione della ricchezza toccano nuove vette. Nei primi mesi dell’anno, Bridgewater Associates, uno dei maggiori hedge fund al mondo, ha pubblicato due lunghi report contenenti dati e grafici di grande interesse, che illustrano la crescita esponenziale del divario sociale e nei quali si avverte dell’imminente pericolo di ribellioni che potrebbero aver luogo in condizioni di recessione.

Nel primo dei report citati, pubblicato lo scorso 7 febbraio, si discute sull’aumento dei margini di profitto negli Stati Uniti, che ha provocato un’impennata del mercato azionario; quando l’analisi viene estesa a livello globale – nel secondo report, datato 27 marzo – vediamo che molte delle forze che hanno sostenuto la dilatazione dei profitti in America hanno agito similmente nella maggior parte delle economie sviluppate.

Le grandi corporations – vi si legge –  hanno beneficiato nello stesso tempo del declino generalizzato del potere contrattuale della forza-lavoro, dell’estendersi della globalizzazione, della minore applicazione di leggi anti-trust, delle nuove tecnologie che consentono maggiori economie di scala, di minori imposte e tassi di interesse. Gli stipendi reali non hanno tenuto il passo con gli incrementi di produttività nelle principali economie a partire dagli anni ’90, consentendo alle aziende di accaparrarsi una quota sempre più ampia del valore aggiunto. La Cina è stata la principale eccezione, dal momento che si è trovata al polo opposto dell’ondata di outsourcing globale e ha visto la sua forza lavoro farsi avanti nella competizione per servire la domanda occidentale.

Un fattore chiave che ha contribuito alla riduzione del potere contrattuale della forza-lavoro in favore del capitale è stato il decadimento delle organizzazioni sindacali, che si è intrecciato con altri fattori quali l’accesso a manodopera straniera più economica e l’avanzamento dei processi di automazione.

Il ritmo della globalizzazione si è accelerato nel nuovo secolo, quando la Cina è entrata a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. La digitalizzazione e l’informatizzazione hanno consentito che il mondo fosse più “integrato”: man mano che i confini diventavano più porosi, le aziende trasferivano le loro produzioni all’estero, esternalizzavano una serie di attività e attingevano a nuovi mercati in rapida crescita. Ciò ha direttamente ridotto i costi del lavoro ed ha esercitato una pressione al ribasso sui salari nel mondo sviluppato.

A questo punto, l’inchiesta si indirizza alla crescita del risentimento popolare contro le forze che hanno guidato l’espansione illimitata dei profitti, alla nascita di movimenti politici di reazione contro l’aumento della disuguaglianza e alle richieste sempre più decise di un ritorno al protezionismo. Vengono segnalate alcune indagini che hanno mostrato una crescente ostilità verso la globalizzazione e un più accogliente atteggiamento nei confronti della regolamentazione governativa dei soggetti economici.

Il fulcro dell’analisi circa i mali dell’economia capitalista consiste innanzitutto nel riconoscere come fantasiosa la convinzione che i mercati possano da soli portare prosperità a tutti; improvvisamente, verso la fine degli anni ’70, i leader politici negli Stati Uniti e in tutto il mondo occidentale decisero che l’ideologia del “libero mercato” doveva essere adottata senza restrizioni, distruggendo l’ordine sociale che i loro predecessori avevano così accuratamente costruito per arginare il dominio capitalista dopo le turbolenze dei decenni precedenti. Non vi era traccia di “scienza” – economica o di altro tipo – in un tale modo di agire; solo il sinistro dispiegarsi di una cieca ideologia.

Robert Rubin, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti tra il 1995 e il 1999

Dal punto di vista del processo di accumulazione, tutte le concessioni alla classe lavoratrice – aumento dei salari e migliori condizioni di vita – rappresentano una riduzione della massa di plusvalore disponibile al capitale per la sua espansione; ma tale era l’estensione della ricchezza nel boom economico del dopoguerra che erano possibili contestualmente sia la crescita dei tassi di profitto sia l’aumento del tenore di vita dei popoli. Un’ondata crescente sollevava tutte le barche: sembrava che le contraddizioni fondamentali del capitalismo, che avevano prodotto due guerre mondiali e la Grande Depressione nello spazio di soli tre decenni, fossero state superate per sempre. Ma l’espansione postbellica non poteva continuare indefinitamente; all’inizio degli anni ’70, i tassi di crescita iniziarono a diminuire. In sostanza, ciò significava che le concessioni fatte alla classe lavoratrice entravano in conflitto diretto con le esigenze dell’accumulazione illimitata, cioè con la forza motrice del sistema capitalista.

Di fronte a questa situazione, l’oligarchia economico-finanziaria e i suoi servitori in politica, sposando le dottrine del neo-liberismo, organizzarono una ristrutturazione dell’economia capitalista, con la demolizione di vaste aree industrializzate, la riorganizzazione della produzione globale per sfruttare manodopera a più basso costo e l’impiego di nuove tecnologie informatiche per ridurre i costi di produzione. Queste misure furono accompagnate dallo scatenamento del capitale finanziario, liberato dai vincoli che gli erano stati imposti dopo la terribile crisi del 1929; fu sotto l’amministrazione Clinton, con Robert Rubin ministro del Tesoro dopo ventisei anni in Goldman Sachs, che furono eliminate le restrizioni, abrogando il Glass-Steagall Act nel 1999, il quale aveva imposto per sessant’anni la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività speculativa. Da allora, l’economia americana e le altre economie occidentali che si allinearono al carro non vissero più sulla crescita degli investimenti e sull’espansione dei posti di lavoro, ma sull’aumento delle rendite e della speculazione finanziaria.

In Europa, queste tendenze vennero favorite dalla firma del Trattato sull’Unione Europea nel 1992 e dal percorso di integrazione economico-monetaria dei Paesi membri dell’UE; a Paesi come l’Italia venne imposta la totale liquidazione dell’industria di Stato, un gustoso boccone per loschi parassiti, e la privatizzazione non risparmiò il sistema bancario, rimasto fino allora quasi totalmente in mani pubbliche.

Questi processi hanno raggiunto nuovi livelli nel decennio successivo al crollo del 2008, tanto che ormai i grandi mostri del sistema economico-finanziario non possono tollerare alcun ritorno a quelle che un tempo erano considerate politiche “normali”, al fine di scongiurare una nuova e ancor più devastante crisi. I dogmi di un’epoca ormai sorpassata non sono soltanto inadeguati a comprendere il mondo e a mutarlo, ma si dimostrano funzionali a dirigere e deviare i movimenti politici dai pressanti compiti che impone il presente.