Tra le principali questioni economiche che attanagliano gli Stati Uniti e che arriveranno presto all’ordine del giorno per il neoeletto presidente Donald Trump c’è il problema del debito pubblico. Il contatore del debito aggregato degli USA registrato sul sito DebtClock.org si sta progressivamente avvicinando alla soglia di 20.000 miliardi di dollari: il valore ha oramai superato quello fatto registrare dal prodotto interno lordo statunitense, che al dicembre 2015 sopravanzava con un rapporto del 104%. L’amministrazione Trump dovrà fare i conti con una situazione in progressivo deterioramento: i dati riportati nel grafico sottostante mostrano come, nell’ultimo decennio, complice anche il periodo di recessione seguito all’inizio della Grande Crisi tra il 2007 e il 2008, il debito pubblico americano abbia compiuto un vero e proprio rally, passando da 8.853,9 miliardi di dollari nel 2006 a 18.695,7 miliardi di dollari a fine 2015, agganciando e poi superando il valore della produzione aggregata negli USA.

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Da tradingeconomics.com

Una analisi del Congressional Budget Office pubblicata nel 2012 e realizzata nel pieno dell’esplosione del rapporto debito/PIL ha individuato l’origine principale degli squilibri macroeconomici statunitensi negli otto anni dell’amministrazione di George W. Bush. Le politiche di cui l’ex governatore del Texas fu direttamente responsabile, secondo il CBO, hanno infatti contribuito per almeno il 35% della crescita del debito pubblico registrata dall’inizio del nuovo millennio ad oggi. I tagli alle imposte decisi da Bush jr., in particolare, hanno inciso sul deficit federale per 1.600 miliardi di dollari, mentre le politiche interventiste in Iraq e in Afghanistan, continuate anche nel corso dell’amministrazione Obama, avrebbero prodotto uno spostamento complessivo di 1.400 miliardi di dollari. Parallelamente, la Grande Crisi ha imposto interventi d’emergenza che hanno, in aggregato, inciso per almeno il 37% della crescita del debito pubblico verificatasi dal 2007 a oggi. Dal 2012 in avanti, è stata la celere accumulazione degli interessi sul debito pregresso a favorire un’ulteriore impennata del disavanzo consolidato statunitense. Esso, in ogni caso, non rappresenta che una parte del problema più ampio con cui le future amministrazioni di Washington, in primis quella in via di inaugurazione tra poco più di un mese, dovranno fare i conti. Nel suo libro Uscire dalla crisi è possibile, pubblicato nel 2012, il professor Aldo Giannuli ha fatto notare come, nel momento in cui scriveva il solo debito governativo pro capite si aggirasse intorno ai 50.000 dollari e che “aggiungendo i debiti dei singoli Stati federati degli enti locali [si sarebbe arrivati] a 70.000 dollari”, lievitati a oltre 160.000 “considerando infine il totale del debito aggregato”. Una vera e propria montagna poggia sulle spalle dello Zio Sam, che in questo momento non sembra certamente avere la resistenza fisica di Atlante: la crisi verificatasi nel 2013, che portò a uno shutdown delle attività federali a seguito del verificarsi di una crisi di sostenibilità del debito americano in concomitanza a una fase di stallo nel processo di approvazione del budget fiscale per l’anno successivo, ha in tal senso rappresentato l’avvisaglia di ciò che potrebbe comportare la manifestazione di problemi di più ampia portata.

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Il libro esamina le ragioni del fallimento delle terapie sin qui sperimentate: più che di curare l’economia, esse si sono preoccupate di salvare il potere finanziario dissanguando le casse statali.

Motivazioni d’ordine geopolitico e questioni molto più speciose legate al sistema di gestione delle agenzie di rating hanno consentito al debito USA di essere classificato come sostenibile negli outlook pubblicati dalle Big Three del settore, ovverosia Moody’s, Fitch e Standard & Poors, che lo valutano con una tripla A. Al tempo stesso, decisamente significativa è invece la scelta dell’agenzia cinese Dagong, che nel dicembre 2014 ha valutato con “A-“ il debito statunitense. La questione è interessante, se si considera l’elevata quota di titoli di Stato americani posseduti dalla Repubblica Popolare, ammontante a 1.157 miliardi di dollari, pari al 30% dei 3.901 miliardi di dollari di debito americano in possesso di altre nazioni. Tradizionalmente, come ha scritto Giannuli, la Cina ha ritenuto ovvio il fatto che, visto lo stato di default tecnico in cui versa oggigiorno il sistema americano, “il capitale investito nei bond americani non [sarebbe] mai [stato] restituito” e si è limitata a “rinnovare le quote in scadenza” con regolarità, riscuotendo di pari passo i cospicui interessi equiparati a una “rendita finanziaria” eterna. Dal novembre 2013, però, la corrente ha cominciato a invertirsi: la Cina, che in quel mese ha toccato la cifra-record di 1.317 miliardi di dollari di debito americano in suo controllo, ha cominciato progressivamente a ridurre gli asset posseduti, ridottisi del 12% nei tre anni successivi. La motivazione che sottende alle scelte di Pechino, secondo il parere di Kimberly Amedeo, è dettata dalla volontà di operare un lento ma costante processo di rafforzamento dello yuan nei confronti del dollaro, nell’ottica di lungo termine che prevedrebbe la sostituzione o l’affiancamento della valuta della Repubblica Popolare a quella statunitense quale moneta di riferimento internazionale. A ciò si può aggiungere il dato riscontrato da Dagong, e suppore che la Cina voglia comunque ridurre la propria esposizione sul terreno statunitense per evitare che la leva politico-economica rappresentata dal possesso di elevate percentuali del debito  USA cambi la propria inerzia nel caso in cui si verifichi una crisi di sostenibilità di ampia portata.

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Terza riga seconda colonna il rating di Dagong Global all’economia statunitense

Le dichiarazioni diffidenti od ostili nei confronti della Cina pronunciate a più riprese da Donald Trump nel corso della campagna elettorale e le recenti mosse del President elected, che rispondendo alla telefonata della presidentessa taiwanese Tsai Ing-wen l’ha indirettamente incensata di un’ufficiosa rappresentatività diplomatica, lasciano presagire che un netto peggioramento delle relazioni tra Washington e Pechino sia da mettere in conto negli anni a venire. La contrapposizione sino-americana sembra essere destinata a svilupparsi essenzialmente sul terreno economico, in attesa di conoscere la concezione strategica di Trump per quanto riguarda il fronte caldo dell’Oceano Pacifico, area strategica in cui le geopolitiche di Pechino e Washington collidono. In tale caso, prima di procedere all’imposizione di dazi sui prodotti cinesi, sulla scia di quanto fatto da Nixon con le merci giapponesi nel 1971, il Presidente Trump dovrà valutare in profondità il rischio che gli Stati Uniti correrebbero nel caso in cui decidessero di esporre il ventre molle rappresentato dalla difficile sostenibilità del debito ad un’azione di ritorsione cinese. Una guerra commerciale o valutaria tra le due più grandi economie della Terra lanciata proprio dagli Stati Uniti vedrebbe questi ultimi trovarsi in una condizione di debolezza. La grande questione connessa alla sostenibilità del debito americano si lega direttamente a quella relativa alle ipotesi sul suo sviluppo futuro. Nel 2016, un ulteriore disavanzo di 587 miliardi di dollari è destinato ad accumularsi, mentre sul lungo periodo l’unica possibilità oggigiorno in mano agli Stati Uniti per ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL appaiono essere, considerando lo stato attuale delle cose, irrealizzabili politiche di riassorbimento delle quote detenute da altre nazioni, il ritorno a tassi di crescita sostenuti che consentano di sterilizzare i continui incrementi degli interessi cumulati sul debito. La palla passa all’amministrazione Trump: tra “sindromi cinese” e rilanci macroeconomici, lo spinoso problema del debito pubblico potrebbe palesarsi in tutta la sua gravità dal momento all’altro, e una grave crisi pregiudicherebbe non solo le capacità dell’economia statunitense di ripartire in maniera decisa ma anche le prospettive geopolitiche di Washington, intenta a ricercare un proprio ricollocamento dopo il tramonto del “Secolo Americano”.