Dopo i fatti della primavera di Praga del 1968, abilmente stroncati dall’establishment sovietica con l’invio di truppe di occupazione nell’allora capitale cecoslovacca, Breznev elaborò quella che passa alla storia come la  dottrina della sovranità limitata. Gli Stati satelliti, aderenti al patto di Varsavia,  non potevano ritenersi pienamente indipendenti e sovrani poiché – in caso di slittamento dalle linee ufficiali dettate da Mosca- la superpotenza russa si sarebbe sentita coinvolta e legittimata ad intervenire per ristabilire lo status quo.

Chi siamo e cosa siamo noi oggi, se non Stati a sovranità limitata ? Noterete che difficilmente verranno inviate truppe sul nostro territorio ancora “costituzionalmente” sovrano, ma il taglio di rifornimenti di medicinali tedeschi alla Grecia non è forse anch’essa una spedizione di morte? Le guerre di ultimissima generazione fanno del capitale non un mezzo di reperimento di armamenti bensì, sic et simpliciter, un’arma vera e propria.

La chiave di lettura è sempre la stessa: rimanere succubi dei dettami di una capitale diversa da Roma, o accettare le conseguenze. Muoversi “liberamente” in corsie strette e ben delimitate, senza slittare fuori dalle dottrine economiche ufficiali. Oppure… accettare le conseguenze. Ma perfino accettare le conseguenze comporta delle conseguenze: effetti collaterali quali sensi di deresponsabilizzazione, demagogia, populismo, apologia di totalitarismi novecenteschi. ll dinamismo politico (per quello democratico c’è ancora da aspettare) italiano di questi giorni è pregno, come lo sono tutte le novità apportate dai mutamenti, di speranze di cambiamento e di capovolgimento di  quelle tendenze recessive ormai divenute  status quo. Ma cosa si può realmente cambiare con un cambio di dirigenza (l’ennesimo)? Nulla. Necessitate di maggiore chiarezza? Niente di niente.

Tralasciando il fatto che la sfera dirigenziale dell’esecutivo non è stata nè rivoluzionata né rottamata, ma si è solo fatta una permutazione fra le poltrone ministeriali, non si può pensare di aumentare la propensione al consumo o il welfare senza uscire dai parametri di Maastricht ( numerologicamente sacri e assiomatici). Sono cose antitetiche. Il commissario economico Olli Rehn, accademicamente considerato una delle voci più autorevoli in virtù del suo passato da calciatore e della sua laurea in filosofia, è tornato a infierire sull’Italia con la solita cadenza regolare che contraddistingue i finnici. “Padoan sa cosa fare, ma il debito pubblico resta elevatissimo ed i livelli di disoccupazione inaccettabili” Menomale che Olli c’è! Certe sottigliezze devono essere sfuggite agli analisti Istat.

Dato il suo passato al Fondo Monetario Internazionale, che Padoan sapesse cosa fare (rimanere nelle corsie strette e delimitate descritte precedentemente) era facilmente prevedibile. Ma sono le altre due affermazioni che lasciano perplessi: ricadiamo di nuovo nell’antitetico. Vediamo di capire perché. Il debito resta elevatissimo: le stime per il 2014 prevedono che arrivi al 133,7% del Pil, livelli ben più alti di quando ci incamminammo nell’oscuro sentiero dell’ austerity. Ma come, non bastava tagliare la malvagia spesa pubblica? Evidentemente no, dato che il rapporto debito pubblico Pil è una frazione. Più il denominatore si abbassa (il Pil, positivamente correlato ad un aumento della spesa pubblica o a una diminuzione delle tasse) più il numeratore (il debito) cresce. E’ proprio vero che la matematica che serve si limita alla terza elementare!

Abbattere il debito abbattendo il Pil è come spegnere un incendio soffiando ossigeno puro. Naturalmente, impegnarsi in una decrescita del tasso di disoccupazione e tagliare la spesa pubblica sono due proposizioni prive di implicazione logica. Per creare posti di lavoro c’è bisogno: che lo Stato assumi personale o richieda servizi ai privati (spesa pubblica) o che lo Stato decurti la tassazione (spesa pubblica). Ma come, Olli! Tutto questo da un ex calciatore laureato in filosofia ce lo si aspetta! Per lo meno la logica non dovrebbe essere in difetto. Povero Aristotele!

Quindi, così come la Cecoslovacchia non poteva pensarsi riformista e indipendente senza uscire dall’Urss, l’Italia non può pensarsi economicamente florida senza uscire dai vincoli europei. Per farlo è necessario porre prima di tutto abrogare l’art. 81 della Costituzione e appellarsi alle clausole di recesso sancite dal Trattato di Lisbona. Possono susseguirsi sulle sedie dell’esecutivo santi, intelligenze artificiali o uomini qualunque, ma la situazione rimarrà la stessa. Non vi sarà rinnovamento, non vi saranno pulsioni vitali e l’economia tutta verrà affetta da una letale sclerosi di cui già avvertiamo i primi sintomi. E di sclerosi si muore.