Nell’ultimo anno le criptovalute sono entrate di prepotenza in tutti i notiziari finanziari ed economici. Del resto, non poteva essere altrimenti, se consideriamo le stupefacenti cifre della loro crescita: da luglio scorso a oggi la capitalizzazione totale del mercato delle criptovalute è triplicata, da 90 a 270 miliardi di dollari, e ha toccato il suo massimo storico di 830 miliardi alla vigilia dello scoppio della bolla dello scorso 7 gennaio. Numerosi dibattiti e discussioni hanno preso piede; diversi accademici di spicco, come il Premio Nobel Joseph Stiglitz, hanno espresso la loro opinione sull’argomento. Persino la Banca Centrale Europea ha mostrato preoccupazione per il rapido sviluppo su scala mondiale di mezzi di pagamento privati non regolamentati. Molte critiche sono state mosse a questa nuova realtà: ad esempio, il fatto che l’estrema volatilità dei prezzi non renda le criptovalute un investimento sicuro, oppure che la scarsa (o nulla) regolamentazione, unita alla difficoltà di rintracciare l’identità di chi compie transazioni in valuta digitale, renda il sistema utile per occultare attività illecite, dalla corruzione all’evasione fiscale alla compravendita di articoli sul mercato nero.

Questi problemi sono senz’altro reali, almeno in gran parte; tuttavia, a nostro avviso, rappresentano diverse, innumerevoli, sfaccettature di una questione più generale. Per analizzarla in profondità, pertanto, è necessario discutere le criticità presentate dalle criptovalute in un’ottica macroeconomica. E, se l’astrazione è il prezzo da pagare per la generalità, allora non possiamo fare a meno di partire dalla teoria monetaria: se considerata attentamente, questa è sufficiente ad individuare alcune problematiche inerenti a queste nuove monete. Come sempre, però, l’aspetto economico si colloca all’interno di un contesto politico ben preciso: lo sviluppo delle criptovalute è frutto dei fattori sociali e istituzionali che caratterizzano la nostra epoca. Sarebbe ridicolo tentare di sviscerare tali fenomeni in un singolo articolo; l’analisi portata avanti si prefigge piuttosto di far emergere il nesso tra le incompatibilità di natura strettamente economica e di come queste si riflettano di pari passo nell’aggravarsi dei problemi di carattere sociale e culturale.

 

L'andamento del cambio BTC/USD negli ultimi 12 mesi

L’andamento del cambio BTC/USD negli ultimi 12 mesi

Una moneta, secondo la definizione fornita da Jevons nel 1875 e tutt’ora accettata, assolve tre funzioni fondamentali: quella di unità di conto, di mezzo di scambio e di riserva di valore. Dal punto di vista dinamico, nella realizzazione degli scambi di mercato, l’evoluzione dello stock di moneta in un sistema economico non è indipendente né separabile dal processo di creazione del valore aggiunto. Se la produzione è trainata dalla domanda e se la domanda stessa, ragionevolmente, non può aumentare senza una crescita dei mezzi monetari, vediamo com’è difficile isolare gli aspetti puramente monetari da quelli reali in un’economia di mercato. Questo fa sì che la valuta ha natura di istituzione sociale, il cui valore dipende unicamente dalla fiducia collettiva. Dal punto di vista sociologico possiamo analizzare questo fenomeno legandolo al concetto di radicamento presente nell’opera di Karl Polanyi. I rapporti economici tra individui sono radicati all’interno di quelli sociali e culturali -e non l’opposto; cosicché, storicamente, il nudo baratto viene gradualmente, a seconda del grado di sviluppo della società, integrato e sostituito dall’elemento puramente fiduciario della promessa di pagamento. E l’onore, la validità della parola di un individuo, è una qualità che in tutte le epoche ha sempre trasceso le questioni materiali.

La natura endogena della moneta è nota all’umanità almeno dal 1802, anno in cui il banchiere inglese Henry Thornton pubblicò il saggio An enquiry into the nature and effects of paper credit of Great Britain, pietra miliare dell’economia monetaria e punto di partenza per teorie successive di Wicksell e Hayek. Eppure, tra le tante incompatibilità logiche che contraddistinguono l’economia neoclassica, rientra anche quella di riconoscere – formalmente – le tre funzionalità della moneta della definizione di Jevons, ma, di fatto, di relegare il denaro nei modelli ad un mero mezzo di scambio: un velo che si sovrappone ad un’economia di baratto senza influenzarla in alcun modo. Il ragionamento non è incoerente, ma poggia su ipotesi eufemisticamente audaci. Secondo la ben nota legge di Jean-Baptiste Say, il potere d’acquisto generato nel processo produttivo viene immediatamente speso. Proprio come in un’economia di baratto, domanda e offerta si equivalgono sempre, così come domanda potenziale ed effettiva sempre coincidono. In questo mondo idealizzato, quindi, gli aspetti monetari sono a priori scollegati da quelli reali e la moneta è del tutto esogena: è una qualunque merce usata convenzionalmente come numerario, la cui offerta non deve eccedere quella di tutti gli altri beni, affinché il livello generale dei prezzi non cresca.

Karl Polanyi

Karl Polanyi

Adesso, alla luce di quanto detto sinora, è facile capire cosa c’è che non va con le criptovalute: la loro quantità è predeterminata ex ante ed è offerta in modo del tutto esogeno rispetto all’economia reale. Le cose non potrebbero stare altrimenti: se non ci fosse un impegno a mantenere fisso lo stock di moneta in circolazione, nessuno riporrebbe la propria fiducia nel valore della divisa. Ma così, non si ha più un’istituzione sociale radicata nei rapporti tra individui. Si ha soltanto una commodity indeterminata, naturalmente scarsa, con ridotte possibilità di spesa nell’economia reale. Tutti gli ingredienti necessari, secondo quanto abbiamo appreso da Fisher, Keynes, Minsky e Kindleberger, per creare un sistema intrinsecamente instabile e prono alle bolle. Gli investitori, che in massima parte entrano in questo mercato con la speranza di lucrare facili quanto lauti profitti, acquisteranno quando riterranno i prezzi destinati a salire e venderanno quando paventeranno crolli, esacerbandone così l’estrema volatilità. Ecco, dunque, il grande paradosso: la funzione di mezzo di pagamento per le criptovalute è assai limitata, confinando, pertanto, la domanda ad un mero fine speculativo. Tuttavia, se le monete virtuali sono ridotte, a seguito di tutto questo, ad una scommessa perenne, allora, per via della loro instabilità, per definizione perdono anche la loro funzione di riserva di valore.

Bene, dunque; se ora dovessimo guardare alla definizione di Jevons, vedremmo che le criptovalute non posseggono nessuna delle tre qualità menzionate. Forse, dunque, sarebbe più corretto chiamarle pseudovalute. Per assicurare che gli investitori riponessero la fiducia necessaria in queste monete digitali, la quantità massima offerta è stata decisa a priori; è stata creata una valuta snaturata, non più un’istituzione sociale, bensì un’astratta merce virtuale che attualmente viene comprata e venduta per migliaia di dollari. L’intero sistema, nel maldestro e disperato tentativo di dotarsi di solide fondamenta, non ha potuto evitare di auto-condannarsi per sempre alla non ergodicità. E questo è stato detto, tra gli altri, anche dal CEO di JP Morgan: in assenza di un meccanismo stabilizzatore, il caos è lasciato in balia di se stesso. Se le ragioni della disfunzionalità delle criptovalute risiedono nella teoria economica, i motivi della loro esistenza, invece, sono da domandare piuttosto alla teoria politica. A questo punto, allora, sorgerebbe spontanea la domanda: se le criptovalute fossero regolamentate e gestite in modo più trasparente, magari con un’entità centrale che intervenisse sul mercato per livellare l’instabilità dei prezzi, in modo da facilitare l’integrazione di questi mezzi di pagamento con l’economia reale, le cose potrebbero forse andare meglio? Beh, questo sicuramente renderebbe tutto il sistema più naturale. Ma, veramente, che bisogno ce ne sarebbe? Abbiamo già le valute nazionali, che hanno corso legale ognuna nel proprio sistema amministrativo di riferimento e sono gestite, bene o male, ognuna dalla propria Banca Centrale. Non ci bastano più?

La nascita del Bitcoin e dei suoi omologhi, com’è prevedibile, è avvolta nel mistero. I critici delle criptovalute, in genere, tendono a sostenere che esse siano state create e sviluppate nell’ambito dell’illegalità, soprattutto per favorire il traffico online di armi e stupefacenti. Non che tutto questo sia necessiaramente falso, beninteso, ma forse si tratta di una spiegazione un po’ troppo facile. Varrebbe la pena notare che il recente aumento della popolarità delle criptovalute si colloca abbastanza in parallelo con quello della crescita delle monete complementari, con cui condividono alcune particolarità. Ovviamente, qui siamo nel puro ambito delle ipotesi, ma si potrebbe ritenere che la correlazione tra questi due fenomeni non sia del tutto casuale. Il mondo occidentale sta vivendo un’epoca di povertà e di indebitamento privato senza precedenti, mentre i circuiti di intermediazione finanziaria e la politica monetaria sono sempre più lontani dall’economia reale. Del resto, le valute complementari sono nate esplicitamente come forma di protesta dei cittadini e delle piccole imprese nei confronti di una politica economica disinteressata delle realtà locali, della disoccupazione e del credito sparso sul territorio. In un certo senso, forse, anche l’ascesa delle criptovalute potrebbe essere analogamente interpretata alla luce delle attuali vicissitudini economiche e sociali. Purtroppo, in ogni caso, la diffusione su vasta scala di mezzi di pagamento emessi da privati non rappresenta una soluzione sostenibile ai problemi macroeconomici contemporanei. Anche qualora le monete digitali si radicassero di più nell’economia reale, la loro natura privata le esporrà sempre a crisi di fiducia, man mano che il loro uso sarà sempre meno circoscritto.

Se l’intento era veramente quello di creare una moneta “di tutti”, che sfuggisse al controllo dei potentati finanziari, allora potremmo decretarlo fallito in partenza. Non è una soluzione quella di creare un sistema monetario che si colloca al di fuori dello stato di diritto; inoltre, rinunciando ad un’entità di gestione centralizzata, si è implicitamente acconsentito all’affermazione del caos, all’instaurazione di un far west dove l’unica legge è quella del più forte. Indipendentemente dalle intenzioni, la genesi e lo sviluppo delle criptovalute è sintomatico dell’epoca contemporanea: sono solo uno tra i tanti aspetti dell’anarchizzazione -qualcuno la chiamava liquefazione– della società. Da quando l’ascesa al potere della filosofia neoliberista ha sancito il sistematico intervento pubblico a favore di pochi privati, i confini tra ciò che è pubblico e ciò che è privato sono sempre più labili e sfumati. Qualunque fosse il fine con cui sono state create, nelle condizioni attuali, le criptovalute non potranno mai essere di beneficio alla società (o a quel che ne rimane). Allo stato attuale, rappresentano soltanto un altro passo sulla strada verso il caos.