Pare terminare con un vago nulla osta da parte della Banca Centrale Europea l’Odissea sulla surreale questione della proprietà delle riserve auree italiane. A dare l’annuncio di vittoria è Claudio Borghi, Presidente della Commissione Bilancio della Camera, tramite il suo profilo Twitter: “Non hanno potuto andare contro la situazione di proprietà di tutte le altre banche dell’Eurosistema dove l’oro è chiaramente statale.”, riferendosi alla resa delle maestranze di Francoforte rispetto allo stesso art.127 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Era stato lo stesso Borghi, dopo gli europarlamentari Marco Zanni e Marco Valli, sostenuto anche dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a sollevare il dubbio che qualcuno, nel nord Europa, avesse la convinzione di esser proprietario delle cospicue riserve d’oro italiane (stiamo parlando di 2451,8 tonnellate metriche di lingotti e monete, quarto posto al mondo, al di sotto solamente di Stati Uniti, Germania e Fondo Monetario Internazionale) e di poterne disporre in qualunque momento senza troppi scrupoli.

Così ha visto la luce la proposta di legge per chiarire giuridicamente quanto, sin dal sito stesso di Banca d’Italia riguardante approfondimenti sulle riserve bancarie, dovrebbe esser ovvio, parimenti a tutti gli altri stati facenti parte del sistema Euro:

la Banca d’Italia gestisce e detiene, ad esclusivo titolo di deposito, le riserve auree, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve,

si legge all’articolo 1 della proposta di legge chiarificatrice della norma del 1988 sulla titolarità delle riserve avanzata da Borghi “comprese quelle detenute all’estero” dal momento che più di metà dell’oro è dislocato fisicamente presso altri Istituti (tra cui Stati Uniti, Svizzera e Regno Unito).

Nella dichiarazione ufficiale pubblicata ieri sul sito della BCE si interviene proprio nel merito della questione, dando un prudente via libera che fa leva sul vizio interpretativo della norma vigente sulla disponibilità delle riserve. Tuttavia, a ben vedere, la vittoria risulta essere ambigua. Sostanzialmente si tralascia il tema della patria potestà statale del metallo prezioso (da interpretare come il più classico dei chi tace acconsente) per poi chiedere agli autori del disegno di legge di omettere la parte relativa all’esclusivo deposito, modifica assolutamente non obbligatoria né vincolante.

Reduce da mesi di dichiarazioni ostative nei confronti di questo tema, fondate in primo luogo sulla gestione dell’oro da parte della Banca Centrale Europea ed inesauribilmente devoto al proprio mantra del “whatever it takes”, Mario Draghi si è riservato di affermare la competenza della Banca da lui diretta sull’assunzione di decisioni vincolanti quali potrebbero essere detenzione, negoziazione e gestione a lungo termine delle riserve.

Insomma, si certifica che l’oro italiano, in quanto bene dello Stato ci appartiene, sebbene i botta e risposta sulla politica monetaria non si chiuderanno qui. Scontato? Non in Eurozona, dove di continuo ci troviamo costretti a dover certificare un fatto banale: ancora esiste lo Stato italiano, benché spogliato di fondamentali fette di sovranità. Nella partita a scacchi del rigore, alla quale i tecnocrati di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte ci hanno così ben allenati (e questo si ritorce contro di essi), ogni mossa si gioca sul filo delle sottigliezze: ne sono un geniale esempio gli ormai celebri Minibot, che hanno le sembianze di una moneta e potrebbero assumerne le funzioni, se solo non fossero ufficialmente dei titoli di stato di piccolo taglio senza corso forzoso (con accettazione facoltativa ed altresì facoltativo metodo di pagamento delle tasse, qualora venissero attuati così come ci sono stati presentati), per cui de facto non si configurano come un’alternativa politica monetaria illecita all’interno del regime dei trattati europei; e ne è un altrettanto intelligente esempio la mossa di provare definitivamente l’appartenenza delle riserve auree non tanto all’Istituto bancario italiano, bensì allo Stato, di conseguenza al popolo, spingendo addirittura Draghi, lo stesso che, messo alle strette in conferenza stampa, si era trovato costretto ad ammettere che la BCE crea denaro dal nulla, a non potersi opporre per vie ufficiali.

Mattone dopo mattone è inevitabile scorgere lo sgretolarsi della credibilità di autoritarie istituzioni come quella presieduta dal nostro beneamato Marione nazionale.


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