Prima di inoltrarsi nell’analisi della situazione economica Argentina, è necessario non cadere nel tranello del considerarla una terra lontana, attribuendo all’Oceano Atlantico il ruolo salvifico di chi impedisce il contagio finanziario. Non che l’aggravarsi della situazione argentina abbia a pieno titolo ripercussioni dirette sull’economia italiana: è il movimento tellurico antecedente alla crisi del 2001 che desta in noi non poche preoccupazioni. Chi sono gli attori dell’omicidio sociale compiuto dalle famose mani invisibili ormai 13 anni fa?

Abbiamo come primo sospettato un cambio fisso insostenibile nel medio-lungo periodo: la parità one dollar-one peso era una lampante forzatura monetaria. Ma allora perchè ostinarsi nel conservare il currency board? Per avvalersi di una politica deflattiva, dicevano. Agganciarsi ad una moneta forte sarebbe stato il rimedio naturale ad un’inflazione crescente. Non è difficile intuire la provenienza di un simile vociare: Washington. Il FMI- che Krugman definisce “una succursale del Ministero del Tesoro statunitense” (il 18% delle quote  sono infatti made in Usa)-aveva somministrato ad un’Argentina in stato convalescente la classica ricetta: privatizzazioni forzate, riduzione del debito, controllo dell’inflazione. Per poi non elargire, nel Dicembre del 2001, i finanziamenti che erano stati garantiti nel corso di tutto l’anno. Il paradosso del FMI risiede proprio nella noncuranza delle peculiarità tipiche delle diverse economie da sostenere, o delle dinamiche anti-cicliche: voi privatizzate, noi faremo il resto.

Tutto questo, cari lettori, non vi rimembra nulla? Un organo sovranazionale di matrice liberista che faccia del controllo dell’inflazione il suo karma? Proprio non ci arrivate…..mai sentito parlare di BCE? L’Unione Europea, però, non si è limitata ai regimi di cambio fisso. O meglio, quella fu la genesi del processo di armonizzazione monetaria, ma l’oscillamento era tale che neanche l’ampliamento delle bande riuscì ad evitare la prematura caduta del progetto. Ciò che conta non è cadere, ma rialzarsi, ed ecco che il parossismo dei cambi fissi, l’unione monetaria, entrò in gioco. Poichè la rigidità del cambio aveva un vulnus, l’attitudine ad attrarre attacchi speculativi (Italia 1992, Argentina 2001), si pensò bene di adottare una sola moneta nel vecchio continente. Peccato che la speculazione si spostò dalla svalutazione delle monete verso altri parametri. Uno a caso? Il debito sovrano.

L’eziologia del crack argentino del 2001 è tutta nella rigidità del cambio. La cronaca economica argentina di questi giorni altro non è che la cronaca delle conseguenze, la cronaca di ciò che a posteriori poteva essere agevolmente evitato (seppur con costi sociali non indifferenti, poichè da una svalutazione precedente all’attacco speculativo sarebbe conseguita comunque una contrazione dei salari reali). Tuttavia anche le conseguenze necessitano di un’adeguata attenzione: il governo argentino dovrà pagare 1,3 miliardi di dollari (1,5 se calcoliamo agli interessi) ad una cordata di hedge fund americani che non accettò la ristrutturazione del debito. Inoltre, la cifra potrebbe salire ulteriormente a causa di una clausola insita nel contratto di ristrutturazione che prevede la possibilità per i creditori, una volta accettata una decurtazione del credito da riscuotere, di accedere ad eventuali condizioni garantire ad altri creditori laddove siano migliori rispetto a quelle del contratto originario.

Ergo, il rimborso totale dei creditori potrebbe toccare la cifra record di 120 miliardi di dollari. Come si è giunti a tale contingenza? I bond argentini erano denominati in dollari, quindi sottoposti alla giurisdizione americana. La Corte Suprema americana ha respinto l’appello del governo argentino, il quale aveva adito l’organo posto al vertice del sistema giurisdizionale statunitense dopo la sentenza di un giudice federale che diede ragione agli hedge funds richiedenti il rimborso integrale dei bond.

Nell’attuale sistema internazionale un organo costituzionale di uno Stato è in grado di mettere in ginocchio la società civile di un altro Stato: il default, prima che economico, è etico. Sembrano lontani i tempi in cui l’economia godeva ancora di una certa humanitas: immaginate se la Russia non fosse stata messa in condizione di ripudiare il debito zarista, o se alla Germania Ovest nel 1953 non fosse stato permesso di ripudiare il 51% del suo debito. Gli hedge funds non erano finanziatori primordiali dello Stato argentino, quei bond furono acquistati per un mero fine speculativo proprio nel periodo di crisi, programmando ex ante una futura azione legale per non comprometterne la remunerazione. Il profitto generato, in caso di una mancata seconda ristrutturazione del debito, sarebbe del 1608%. E c’è chi pensa ancora che l’habitat degli avvoltoi sia circoscritto alla savana.