Dopo la vittoria di Trump, molti commentatori economici si sono bruscamente risvegliati dal profondo stato di coma della ragionevolezza in cui versavano da decenni, per rendersi conto improvvisamente che, forse, nel modello economico globale c’è qualcosa che non va. Il motivo è che qualcuno di loro, anche se non la maggioranza, ha realizzato che continuando a propagandare l’ideologia malsana della globalizzazione ad ogni costo si condurrebbe il sistema, proprio quel sistema che strenuamente difende, a schiantarsi rovinosamente contro il muro della realtà. C’è un punto in particolare su cui l’incondizionata fede neoliberista delle classi dirigenti occidentali, politiche, accademiche, mediatiche, di destra o di sinistra, non ha mai accennato ripensamenti negli ultimi trent’anni: la regolamentazione del commercio internazionale. L’apertura sempre maggiore agli scambi commerciali e l’integrazione dei mercati è stata organizzata e gestita all’unanimità come dinamica inevitabile e al tempo stesso salvifica, panacea universale per i mali del mondo e unica via percorribile dal progresso.

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Carta illustrante il volume di esportazioni per paese (Fonte: The Globe of Economic Complexity, Harvard)

Le decisioni istituzionali su questo tema sono rimaste il più possibile nascoste agli occhi dell’opinione pubblica, arroccate ai vertici di organismi sovranazionali come il WTO o l’Unione Europea ed al riparo dalle possibili ingerenze dei processi democratici (si pensi al caso TTIP). Processi democratici che, in effetti, hanno sempre manifestato una certa contrarietà in merito, repressa anche, come a Genova nel 2001, con l’aiuto della violenza. Il livello dei flussi commerciali e finanziari in rapporto al PIL è arrivato oggi a livelli paragonabili soltanto a quello degli anni ’20 del Novecento, quando, come spiega Polanyi, la prima ondata di globalizzazione provocò il tracollo delle istituzioni europee. La situazione attuale dell’occidente è molto simile a quella di allora, in un contesto dove la sovranità nazionale ha ceduto il passo alla deregolamentazione, allo smantellamento dei servizi pubblici, all’omologazione verso il basso dei diritti sociali. Gli effetti collaterali di questo sistema sono rimasti completamente ignorati dai governi mondiali, in perfetto accordo con i dettami degli economisti ortodossi. Le teorie economiche sul commercio internazionale, da quelle classiche di Ricardo sui vantaggi comparati agli studi di Heckscher, Ohlin e Samuelson, interpretano questi problemi con lo schematismo irrealistico che contraddistingue tutta l’economia neoclassica. Le integrazioni più elaborate che considerano gli effetti esterni e i fallimenti del mercato trovano poco spazio nelle analisi degli economisti e, in un’incerta e colpevole relazione di causa-effetto, nelle politiche economiche. Quello che resta è una demonizzazione assoluta, sul piano non solo teorico ma persino culturale, dei termini “dazio” e “protezionismo”, associati agli spettri del tetro passato nazi-fascista per mascherare il loro scarso gradimento da parte delle plutocrazie multinazionali. L’argomentazione che eguaglia politiche economiche protezioniste a scenari di dittatura e guerra non può più trovare posto in un dibattito ragionevole. Senza scomodare le teorie economiche – che se ben interpretate potrebbero comunque fornire risposte – è sufficiente ricorrere alla logica per capire come l’integrazione di mercati in cui le regole sono diverse porti necessariamente ad una concorrenza falsata e ad effetti distruttivi. E’ decisamente poco ragionevole consentire la competizione economica fra produttori sottoposti a tassazioni e regole radicalmente diverse, e l’effetto ovvio che si ottiene è la delocalizzazione di massa della produzione verso Paesi in cui sia lecito sfruttare l’uomo e il suo ambiente e redistribuire il meno possibile, tramite la tassazione, la ricchezza prodotta.

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The race to the bottom. La corsa al ribasso in materia di regolamentazione e tasse è la ricerca spasmodica di una maggiore competitività

Per recuperare competitività e riattrarre capitali produttivi in un contesto globale si devono quindi far convergere le proprie regole al ribasso, smantellando lo stato sociale ed i diritti del lavoro, oltre alle regolamentazioni su salute, sicurezza ed ambiente. L’unico equilibrio economico ipotizzabile in questa competizione folle è un equilibrio fatto di Paesi senza diritti sociali, senza regole e senza redistribuzione. Ma oltre che economicamente irragionevole, è anche profondamente immorale fissare regole sofisticate per la tutela dell’ambiente, dei diritti umani e della dignità del lavoro per poi consumare merci che incorporano in loro stesse la violazione di questi diritti, come se lo scambio internazionale fosse un processo purificatore che neutralizza le nefandezze.  Se è vero che per merito della globalizzazione la ricchezza materiale è cresciuta enormemente in alcuni Paesi – su tutti la Cina – sono altrettanto evidenti le macerie lasciate sul campo, le violenze e gli squilibri che ormai minacciano l’intero pianeta. La convergenza più evidente provocata dalla globalizzazione è una convergenza verso il baratro. Gli unici vincitori indiscussi della competizione globale sono invece i grandi capitali, liberi di sfruttare risorse, esseri umani e capacità di consumo combinandoli in maniera tale da massimizzare i profitti. Il libero mercato è libera volpe in libero pollaio, sintetizzava con finezza Serge Latouche.

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Il Paradosso della Globalizzazione, il testo più conosciuto di Dani Rodrik nel quale l’economista turco di stanza ad Harvard spiega perché globalizzazione, democrazia e stato-nazione non possono coesistere simultaneamete

E’ quindi evidente come una regolamentazione del commercio internazionale motivata e progettata sui diritti, sulle regole del gioco, sia una misura economicamente necessaria oltre che moralmente giusta. Un protezionismo fatto di regole sociali ed ambientali, che tutelino le conquiste civili dalla forza predatoria del mercato. Non tutto sembra perduto negli ambienti accademici, e i recenti sviluppi politici potrebbero finalmente lasciar spazio ad interpretazioni diverse. Una delle poche voci dissidenti è Dani Rodrik, economista turco che da anni studia le dinamiche dei processi di globalizzazione evidenziandone le contraddizioni. Commentando la vittoria di Trump, Rodrik denuncia il prolungato atteggiamento colpevole degli economisti, definiti cheerleaders for globalization, che hanno per conformismo, ipocrisia o incompetenza trascurato gli effetti tanto catastrofici quanto ovvi che questi processi stavano provocando. Com’è noto, l’introduzione di misure protezioniste è stata la carta più influente giocata da Trump – che ora annuncia dazi al 35% per le imprese che delocalizzano – per la conquista della presidenza, oltre che una volontà politica manifestata da tutto il variegato universo delle forze antisistema europee. Anche a sinistra, o meglio in quegli sparuti e frammentati movimenti sorti sulle ceneri della sinistra che fu, si è cominciato a scrollare di dosso alle parole “protezionismo” e “sovranità” quella patina di fascismo che si erano conquistate nel Novecento. L’Europa, patria dello stato sociale e del principio di precauzione, della cultura umanistica e della qualità della vita, potrebbe giocare un ruolo da protagonista in questo cambio di rotta, a patto di abbandonare senza indugi il modello neoliberista incarnato dall’Unione. Ora che la fine della storia pronosticata da Fukuyama sembra rimasta nient’altro che un’inquietante distopia, le cheerleaders della globalizzazione si trovano costrette ad abbassare i loro pompon. Forse è arrivata l’ora di ascoltare economisti come Rodrik, oltre che, naturalmente, la nostra ragionevolezza.