Tommie Smith e John Carlos, ecco i nomi dei due protagonisti dei Giochi Olimpici del 1968.

Centro della vicenda Città del Messico, protagonista, fino a pochi giorni prima dell’inizio dell’evento sportivo, della sanguinosa e atroce lotta tra studenti e forze armate; più di 200 morti tra studenti, famiglie, militari e civili che passavano per caso la sera del 2 ottobre nel luogo del massacro, la Piazza delle Tre Culture, la stessa piazza che era stata rasa al suolo nel 1521, segnando la decadenza della civiltà azteca. Ebbene proprio in un momento tanto delicato, nel quale la città e il suo governatore Gustavo Diaz Ordaz avevano bisogno di ben altri riflettori puntati addosso, accadde il fatto: il primo e il terzo posto nei 200 metri, rispettivamente Smith e Carlos, salirono sul podio, medaglie al collo, senza scarpe, a testa bassa, e mentre veniva intonato l’inno nazionale americano alzarono il pugno al cielo, il destro per Smith e il sinistro per Carlos, entrambi coperti da guanti neri.

Il pubblico rimase esterrefatto, incredulo, si udirono urla, fischi e insulti. I due atleti furono sospesi dalla gara con effetto immediato, accusati di essere stati pagati sottobanco. Eppure per loro fu un onore far entrare il Black Power nel campo d’atletica, un onore e un gesto incommensurabili rispetto al peso di due medaglie di metallo, trasmesso in mondovisione. Anche perché i due atleti avevano inizialmente intenti ben diversi, volevano boicottare i giochi olimpici, opzione ampliamente rifiutata dai loro compagni di colore che promossero un gesto silenzioso, di diverso impatto, accompagnato anche da quello di altri atleti: i quattrocentisti Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio con il basco nero in testa e alzarono il pugno chiuso, simbolo del saluto del Potere Nero, il campione di salto in lungo Bob Beamon andò a ritirare la sua medaglia con i calzettoni neri alzati in segno di protesta. Lo stesso compagno di podio di Carlos e Smith, l’australiano Peter Norman, sapendo cosa avessero in mente, negli spogliatoi gli chiese una spilletta con il simbolo dell’Olympic Project For  Human Rights, il progetto al quale Tommie e John erano iscritti, e salì sul podio con quella applicata alla maglia.

Lo sport intero si stava ribellando all’atteggiamento razziale che l’America stava mantenendo nei confronti delle comunità afroamericane, per rispetto verso i loro fratelli e sorelle trattati come bestie e animali da corsa da un paese che si spacciava per quello che non era, il paese delle pari opportunità, così dalla doppia faccia da aggiungerli solo dieci anni dopo alla lista della Hall of Fame americana.

Smith e Carlos, al tempo ventiquattro e ventitreenne, vennero maltrattati e allontanati dal mondo dell’atletica, incriminati per la pratica di “attività anti-americane”, ma ancora oggi sono impegnati in servizi sociali e attività solidali; hanno partecipato nel 2006 al funerale di Norman a Melbourne, con il quale “eravamo diventati fratelli”, come disse John quando si rincontrarono 25 anni dopo le Olimpiadi.