La trama di questa tragedia d’amore, di fughe, di scandali e dolore è la vita reale e sofferta del poeta russo Majakovskij, l’usignolo della Rivoluzione. E così si apre il sipario. Sullo sfondo, ricoperta da un manto bianco di neve, la Russia rivoluzionaria. Dalla scena si staglia un giovane, appena ventenne. E’ Majakovskij possente, maestoso, così alto, come un gigante, come Golia; ma dall’animo estremamente fragile. Nacque nel 1893 a Bagdadi, in Georgia. Ben presto si trasferì a Mosca, dove incontrò il suo grande amore maledetto, Lijia Brik, moglie del suo primo editore. Insieme passeggiarono la notte ed il giorno, per le strade o lungo il fiume della fredda città, senza mai separarsi. Lui con un grande cilindro nero, lei con un cappello ornato di piume, per i primi tempi, spensieratamente si amarono. Nel frattempo Majakovskij, esaltato dal sentimento rivoluzionario, entrò nel Partito Operaio Socialdemocratico Russo come propagandista, ma venne subito arrestato. Dopo il carcere visse di cultura, dedicandosi alla pittura, alla scultura, all’architettura e naturalmente alla poesia, fino al suo incontro con David Burljuk, con il quale aderì al Futurismo Russo. L’arte di Majakosvkij divenne simbolo e strumento della Rivoluzione “per minare il vecchiume e per andare alla conquista di una nuova cultura”. Seguirono molti incontri con intellettuali, artisti, scrittori e personaggi di rilievo, che portarono alla fondazione nel 1923 della rivista “LEF”, il “Fronte di sinistra delle Arti”, al fine di combattere ”per un’arte che sia costruzione della vita”. A distoglierlo dall’obiettivo rivoluzionario irruppe nuovamente l’amore ossessivo ed oramai irraggiungibile verso Lijia, per il quale fu costretto a fuggire, dirigendosi prima in Francia e poi verso l’America, dove compose versi che presero forma nel “ Ciclo americano”, pubblicato su alcune riviste e giornali e nell’opera “La mia scoperta dell’America”.

 La sua poesia è cruda e violenta. E’ la confessione di un animo tormentato, violentato dalla vita, dalla forza distruttrice di un amore che si confonde con l’ossessione e la disperazione, portando solo sofferenza. Un amore che tormenta ed angoscia, che occupa la mente ed il corpo, divora il tempo, ed oscura la luce. Così Majakovskij irrompe in questo labirinto senza uscita, fuggendo e vagando nel mondo per acquietare la sua anima insaziabile d’amore.La poesia di Majavoskij si fonde con la pittura e le parole compongono così immagini brutali, violente, sconvolgenti, specchio dell’animo lacerato del poeta. Le parole  sincere ed intime escono brutalmente dal foglio o dalle pagine del libro, per scagliarsi con impeto nella mente del lettore e toccare in ognuno di noi quelle corde nel profondo che riescono ancora ad emozionare.

“Io, ecco/m’innamorai/dallo spioncino della cella 103,/di fronte all'”Impresa pompe funebri”. /Chi vede tutti i giorni il sole/ dice con sufficienza:/”Cosa saranno mai quei quattro raggi”!/ Ma io/ per un giallo illuminello/ sopra un muro/ avrei dato allora qualunque cosa al mondo.”

Ma la sua poesia, travolta dal fiume della Rivoluzione, non è solo l’eco dell’amore è anche grido antiborghese, anticonformista e di libertà, che accompagna il trionfo operaio e contadino. “Aderire o non aderire? La questione non 
si pone per me […]. E’ la mia rivoluzione”.

Eppure il gigante russo rimase inesorabilmente schiacciato dal peso dell’esistenza e dai drammi quotidiani che lo indussero a premere il grilletto, lasciando vivere in eterno solo i suoi versi. Era il 14 aprile del 1930.

 “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. […] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro gli scogli banali della quotidianità. La vita ed io siamo pari, inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”