A cura di Carlotta M. Correra e Stefano Montereali

Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero. […] Ammazzare il tempo non si può senza riempirlo di occupazioni che colmino quel vuoto. E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.

Ammazzare le ore, i secondi, i minuti. Ammazzare il kronos, la dimensione della riflessione interiore, il tempo calcolabile in cui ritrovarsi dinanzi a sé ed accorgersi del proprio vuoto. Nel saggio “Auto da fe’. Cronache di due tempi” di Eugenio Montale, il tempo è nemico. L’eternità è incalcolabile ed il tempo, che ci separa dalla morte, fin troppo breve. Da ciò nasce l’esigenza di “ammazzare il tempo”, ipnotizzare la mente, raggirandola con semplici occupazioni che la distolgano dai pensieri e che ritardino il temuto incontro con noi stessi. Così è necessario colmare ogni piccolo spazio del nostro tempo, annichilendo la corporeità, addormentando il pensiero dinanzi uno schermo o con qualsiasi altro bisogno futile pur di non avvedere il nulla. Sono le vertigini del tempo, timori di cadere nel precipizio del nostro essere. Perciò l’evasione dalla realtà, impegnando in vacui impieghi la mente, si mostra come il modo migliore per vivere, al fine di evitare il peso di un’esistenza meditata. Come soffriamo la noia, così nutriamo la stessa insofferenza per il silenzio, l’assenza insostenibile di parole, che colmiamo istantaneamente con fiumi di parole, versi o sospiri. Proseguendo la riflessione del poeta, con l’evoluzione della società, si incrementa la ricerca spasmodica dello svago che permette di sfuggire illusoriamente all’abisso dell’esistenza. Dunque l’uccisione dell’attimo, perpetuata collettivamente, è destinata a causare l’annullamento dell’esistenza e di conseguenza il tramonto della “società vivente”.

Negli Ossi di seppia, la concezione del tempo il tempo è circolare, scandito dalla natura dove ‘i minuti sono eguali e fissi come i giri di ruota della pompa’ e le ore sono ‘giostre troppo eguali’. Il paesaggio immobile degli Ossi di seppia è segnato dall’invadenza del mare, delle sue acque voraci, e dalla forza dei venti: in questo ambiente stupito e inospitale, il vivere presente è un ‘seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia’.Il passato è sotto il segno della dissolvenza: il secchio colmo d’acqua risale dal fondo del pozzo e restituisce un’immagine di un volto che ride. Tutto dura un attimo: il tempo di accostare il volto al labbro evanescente dell’immagine e il secchio precipita stridendo nel fondo. La visione amata si dissolve, e ancora una volta prevale il senso della separatezza e della distanza Sotto il segno della separatezza è anche la poesia delle Occasioni. Composta tra il 1928 e il 1939 la raccolta risente del clima politico e culturale e delle suggestioni provenienti dalla letteratura inglese e angloamericana. In particolare, è mutuata da Eliot la tecnica del correlativo oggettivo che porta Montale a tacere l’’occasione’ e a concentrarsi sull’oggetto che la rappresenta, in grado di evocare le emozioni senza cadere nell’effusione sentimentale. La memoria è soggetta ai colpi della forbice che recide di netto il volto amato, e lo sospinge nella nebbia dei ricordi. La forza inesorabile di distruzione del tempo genera le due immagini della forbice e dell’accetta, che hanno il potere di evocare un’atmosfera di gelida desolazione. Anche Nella Casa dei doganieri il ricordo di passati incontri amorosi è privo di ogni dolcezza, riaffiora appena attraverso il filo tenuto a fatica dal poeta. E la memoria non è condivisa: la ragazza descritta da Montale nella sua irrequietezza giovanile non può ricordare, ed il poeta stesso, dopo una fugace illusione, dichiara il suo smarrimento e la perdita di ogni certezza sul significato della vita. In questa lirica è ripreso il motivo del ‘varco’, la maglia rotta che per un attimo fa illudere l’uomo sulla possibilità di una via di scampo: l’illusione ha il tempo breve di una luce all’orizzonte, e rafforza il dubbio su chi davvero ‘va e chi resta’. Anche qui, il tempo non ha svolgimento, è bloccato e uniforme: il viaggio è giunto alla fine , non è possibile procedere oltre e rimane un senso acuto di desolazione e di angoscia.