Da anni non vedevo tutta questa gente, di domenica, accalcarsi per andare a vedere un film. Les intouchables, il film di Eric Tolédano e di Olivier Nakache, tradotto in italiano: “Quasi amici”. Questo è il nuovo ed ultimo fenomeno dello spettacolo che sicuramente merita almeno un istante di attenzione. Una pellicola che nel giro di poche settimane ha battuto tutti i singoli record della cinematografia d’oltralpe e sta per raggiungere le più alte vette oltreoceano.

Tutti, credo, avranno sicuramente sentito parlare della trama, semplice ed essenziale, ma delicata allo stesso tempo. Un riadattamento cinematografico della storia veritiera di Philippe Pozzo di Borgo, ricco e nobile aristocratico francese, dalle origini italiane, inchiodato nella sua sedia a rotelle, tetraplegico, dopo un terribile incidente col parapendio. Philippe (interpretato da uno strepitoso Francois Cluzet), decide di ingaggiare come aiuto domestico, ma soprattutto nel proseguimento della propria vita, un giovane disadattato di banlieue , un certo Driss (Omar Sy sullo schermo, il più bel e rassicurante sorriso che si potesse mai avere come amico) appena uscito di prigione. Tra questi due uomini, così differenti e così distanti, nascerà una amicizia inaspettata malgrado il loro incontro giunga del tutto imprevedibile ed inaspettato. Una di quella con la “A” maiuscola.

Ognuno all’uscita del cinema rimaneva estasiato. Chi si era commosso, chi finalmente si consolava nel constatare che su questo pianeta esiste ancora un po’ di “umanità” (cosa oggi assai rara e labile). La critica è stata unanime, insistendo sul mondo dei sentimenti, il sentirsi amato senza la pietà di nessuno, l’essere considerato “normale” malgrado la propria diversità. Uno sguardo vero che si poggia sull’anima di un uomo ferito dalla vita stessa. Altri si sono regalati un momento di piacere e di pura goliardia, grazie a Driss, un “caid des cités”, un borderline, l’ultimo prodotto tra mille altri della nostra egoistica società. Ma un anima pura e semplice, che ama e fa riscoprire il senso della vita anche a noi spettatori. Nel film, con lui protagonista, ci rilassiamo, siamo semplicemente felici.

Il successo di Intouchables può essere ragionevolmente spiegato: si tratta di una storia piena di calore umano, di una commedia che fa semplicemente ridere e apprezzare la vita per quello che è. Oggi, complice la crisi economica, le varie e complesse minacce che pervadono la terra tutta, i problemi di insicurezza, sia dei singoli che della collettività, le occasioni per ridere oramai si son fatte estremamente rare. Allorquando i fattori di inquietudine si son moltiplicati, e parole quali “paura”, “ansiogena”, “egoismo” sono all’ordine del giorno. La nostra società manca di gioia, e manca di quei piccoli piaceri della vita quotidiana che, fino all’altro ieri, erano la nostra prima linfa vitale. Il cinema per una volta, o meglio, in questo caso ci è riuscito. Poteva essere un libro, un evento, una canzone, in questo caso l’artificio ha compiuto il suo effetto.

Ovviamente, per preparare la torta di questo “successo”, anche in questo caso ci si è serviti di un buon dosaggio degli ingredienti primari, ma almeno per una volta gli ingredienti non sono mai stati cosi ben gestiti. Alcuni dati  evidenti e non confutabili: uscito in Francia il 2 novembre 2011, il progetto di Toledano e Nakache ha raggiunto in un batter baleno la sommità del box office. Ha appena raggiunto il traguardo dei 300 milioni di dollari di introiti a livello mondiale. Ma cosa significa esattamente? Per rendersi conto del successo, in Francia è il miglior film proiettato, battendo Titanic, Bienvenue chez les Ch’tis (Benvenuti al Nord) e l’ultimo premio oscar “the Artist”. Ha fatto convergere piu di 19 milioni di persone nelle sale cinematografiche, apportando nell’Esagono più di 160 milioni di dollari. In Germania, il film è rimasto in sala per diverse settimane, moltiplicando la richiesta di copie e aprendo alle casse entrate per 69 milioni. In Italia, in Belgio e in Spagna, seguono rispettivamente 12,7; 9,4 e 8,5 milioni. Non ancora uscito nelle sale degli Stati-Uniti, il film sta continuando a macinare riconoscimenti e incassi planetari. Si vocifera già un remake hollywoodiano di cui il protagonista sarebbe il premio Oscar Colin Firth. Nel frattempo, anche al di fuori dell’Europa si va incrementando il successo: in Corea del Sud in poche settimane ha già incassato 6,3 milioni di dollari.

Ovunque la stessa scena. Sale piene da esplodere, file ai botteghini già un ora prima dell’orario di inizio, franche risate, unanimi e generose durante la proiezione, emozione e silenzio alla fine. Scrosci di applausi quando scorrono le immagini dei modelli reali che hanno ispirato il film. “Quasi amici” ha fatto centro (faire mouche in francese). Ma perché ha funzionato così bene? Qual è, dunque, la formula magica nascosta dietro tale sceneggiatura? Qualche cosa è accaduta ed ha oltrepassato largamente l’onestà di questa commedia, il suo essere vero e commovente, reale e quotidiano; un qualche cosa che si è radicato su di una trama molto classica, fondendosi con i timori e i paradossi dell’amicizia. Sicuramente il successo di questa bella commedia era prevedibile, ma non il “fenomeno” di tale successo, queste code, gli elogi e la passionalità che ha suscitato. Tutto ciò a un origine? Da dove sorge?

L’alchimia che trasforma un prodotto commerciale, frutto dell’industria culturale, in questo caso cinematografica, in un emblema sociale sembra apparentemente segreta. Si potrebbe facilmente volgarizzare il tutto credendo che bastino elementi quali “diversità sociale” e un “diversamente abile”, un handicappato, da buttare in un calderone scenografico, pronto per essere girato. Ma non è così. Il successo di un delicato film come Les Intouchables si fonda su altri elementi e principalmente su di un elemento semplice ed evidente. La pellicola funziona perché è lo spettatore che ha deciso così. Il pubblico ha scelto questa sceneggiatura e non un’altra, che andranno a vedere e rivedere. Il fenomeno e il grande successo sullo schermo è il frutto di una elezione popolare, unanime. Il pubblico si rallegra, che piaccia o no la sceneggiatura, seduto nella propria poltrona numerata.

Gli ingredienti ci son davvero tutti. Nessuno escluso. Un successo che credo sia l’ennesimo segno di un desiderio più profondo francese. la voglia di una ben più profonda riconciliazione nazionale e soprattutto della sua intera società, dopo gli anni di clivages sarkoziani. Un opera di ristrutturazione sociale che la Francia, ma che l’intera Europa, dovrebbe iniziare ad applicare per potersi permettere un umile e, almeno, felice futuro. Sulle orme della riunificazione nord-sud condotta dagli Ch’tis di Dany Boon (la riconciliazione della Francia con la sua regione più povera e problematica, ma altrettanto calorosa e vitale), si può sperare in questa unanimità di giudizio in una possibile accentuazione di nuovi rapporti tra le banlieues povere di Parigi e gli alti e nobiliari boulevards Haussmaniani, nel nome di una universale difficoltà a sopravvivere in questo mondo puramente economico ed autodistruttivo.

È un film “vero”. Nel 1997, Roberto Benigni aveva presentato il suo capolavoro La vita è bella alla comunità ebraica di Roma prima della uscita stessa nelle sale; lo stesso Dany Boon con Benvenuti al Nord aveva anticipato la sua uscita con esclusive proiezioni nei principali dipartimenti della Regione del Nord-Pas de Calais. Entrambi prima di andare all’incontro di un pubblico più ampio e più diversificato, hanno ricercato un vero e proprio certificato di autenticità nel popolo stesso, al di là delle logiche del mercato e del mondo degli affari. Il consenso dei diretti protagonisti o di chi al di fuori fosse  il più adatto a  giudicare la riuscita, è stato il loro punto forte. Prima si affronta il giudizio comune, e poi se ne colgono i frutti, e perche no, la gloria e il riconoscimento per qualcosa di sano e reale. Lo spettatore può solo così  liberamente assaporare la magia del ridere liberamente e di commuoversi nella autenticità delle proprie singole emozioni.

Per concludere, vale sempre la stessa domanda: dove è finito il grandioso cinema italiano? Le commedie e le sue tragedie, colonne portanti di un made in Italy puro fin dalle sue origini, dove sono andate a nascondersi? Perché gli interessi, la censura, il politicamente corretto, devono continuare a prevalere su un’arte essenziale e di cui gli italiani sono maestri? Immagino personaggi che continuano a rivoltarsi nella tomba ad ogni cine panettone natalizio (per di più, tutti negano di andarli a vedere, ma son gli unici record di incassi nella penisola). Non mi aspetto alcuna risposta. Solo una prova inconfutabile seduto nella mia bella poltrona al cinema.