Il primo lungometraggio di Brian Klugmane e Lee Sternthal si gioca su tre diversi livelli narrativi, in un intreccio emblematico tra realtà e finzione, tra vita e storia.

La vicenda si apre con la presentazione del libro “The Words” da parte dell’ormai affermato scrittore Clay Hammonds (Dannis Quaid). La lettura dei primi capitoli ci conduce subito nel secondo livello narrativo.

New York. Un giovane scrittore, Rory Jansen (Bradley Cooper), affronta le prime difficoltà del mestiere. Gli mancano i soldi per arrivare a fine mese, e, cosa più importante, il libro a cui lavora da ormai più di due anni viene considerato dagli agenti troppo “sottile”, troppo elaborato, un’opera d’arte che non trova spazio nel mondo editoriale. Tutta la sua vita si condensa intorno al momento creativo: la notte. Ma il suo slancio appassionato verso la letteratura e la scrittura, incoraggiato anche dalla fidanzata Dora, si allaccia inestricabilmente alla mancanza di quel talento necessario per sfondare la frontiera del successo.

In viaggio di nozze a Parigi, passeggiando tra quelle piccole vie che conservano ancora tutto il fervore e il profumo degli anni venti, quando la ville lumière era la culla degli scrittori che si sarebbero rivelati i maestri del XX secolo, Rory si ritrova in un negozietto di antiquariato. Qui la moglie gli regala una vecchia e rovinata 24 ore in pelle nera. È proprio nella valigetta che il giovane scrittore trova un manoscritto anonimo. Quelle parole di gioia e di dolore lo mettono in difficoltà, lo esaltano, lo tormentano, lo fanno riflettere sulla sua vita. Avrebbe voluto scriverle lui quelle parole, e lo desidera a tal punto che per un istante si illude che possano essere sue, tanto che pubblica il romanzo a suo nome e diviene uno degli scrittori più affermati del momento. Ma quelle parole rappresentano una storia, e dietro una storia c’è sempre un uomo, c’è sempre una vita, con le sue gioie, con le sua angosce. E questa vita è proprio quella di un vecchio che, accortosi della pubblicazione di quello scritto che aveva perso anni fa, si presenta nell’apparentemente felice, ma sofferta esistenza di Rory, ormai all’apice del successo. A presentarsi non è però solo una questione morale, ma un dubbio esistenziale. Ed è così che mentre il vecchio racconta la sua storia, ovvero quella del romanzo – che apre il terzo livello narrativo e ci riporta nel gioco di intrecci tra passato e presente – così bella e intensa, e l’amore e il dolore che l’hanno scaturita, Rory deve fare i conti con sé stesso e tutte quelle parole che si è accaparrato, tutta quella vita che ha ingenuamente cercato di rubare. Può un uomo, anche all’apice del successo, sopravvivere al peso delle parole?