‘Sette anni in Tibet’ è un film del 1997, diretto da Jean-Jacques Annaud (anche sceneggiatore) e si ispira ad un romanzo autobiografico di Heinrich Harrer, intrerpretato da un altamente sicuro di sè Brad Pitt. Harrer è un famoso scalatore austriaco che nel 1939 si trova in partenza per l’ Himalaya, con la voglia di intraprendere un viaggio lontano dalla Germania nazista e disposto pur di raggiungere le sue agognate altezze a non affiancare la moglie incinta e a perdersi la nascita del proprio figlio, prevista proprio durante la permanenza sulle altissime vette, facendo incrinare profondamente il rapporto di coppia.

La  seconda guerra mondiale piomba all’improvviso nella vita di Harrer e il suo gruppo di scalata; è il 1939 e il campo-base in cui il team sosta si trova in Kashmir, in territorio inglese. Dopo essere stati arrestati gli scalatori vengono portati in un campo prigionieri. Nonostante la corrispondenza con la moglie la lontananza e la crisi pre-partenza si fanno sentire:  il figlio ormai è nato e sono passati già due anni dall’arrivo sulle montagne. Alla notizia della decisione muliebre di ottenere il divorzio Harrer non sopporta più la tensione e dopo innumerevoli tentativi di fuga riesce a scappare con l’amico-rivale Peter con cui raggiungerà il Tibet.Dopo un’ apparente resistenza il popolo di Lhasa, città santa del Tibet, accoglie i due forestieri, all’inizio visti come oscuro presagio ( il Tibet non accettava stranieri sul proprio territorio, in particolar modo nella capitale).

Ed ecco l’incontro tra due civiltà profondamente diverse, ed una tragedia che assume le sembianze di un’intensa rivoluzione spirituale del protagonista, che non abbandona lo spirito agguerrito e ribelle, ma sicuramente lo doma con maggior saggezza. La lontananza del figlio e il nuovo matrimonio della moglie lo portano ad un isolamento che solo l’incontro con il giovane quattordicesimo Dalai Lama può infrangere. Il ragazzo dimostra immediatamente una grande curiosità per le faccende occidentali, la scienza, il tipo di vita, e la sua ignoranza non è certamente sinonimo di saggezza,  in quanto nonostante la giovane età il ragazzino espone la sua indole pacata, ,matura, e il confronto tra la civiltà occidentale e quella così particolare del Tibet è uno dei temi principali del film.

I tibetani vengono rappresentati come uomini saggi, che respingono la guerra come qualcosa di inconcepibile, almeno fino al momento in cui non si trovano costretti  a preparare le armi a seguito della notizia della volontà cinese di invadere la regione. Ed è in questa situazione che le differenze tre le grandi potenze occidentali e quelle orientali svaniscono, e la Germania con la Polonia, così come la Cina con il Tibet, assumono agli occhi di Harrer le sembianze di una grande mano avara che si estende minacciosa sulle popolazioni più deboli. Ma la cultura mistica di quel popolo fa sì che i rappresentanti degli ‘invasori’ siano ricevuti come benefattori e la conseguenza è che i doni che i monaci gli porgono vengono letteralmente calpestati, così come il loro diritto alla pace che tuttora è ignorato. Ed è durante queste sequenze che viene mostrata l’immagine di una statua di cera di una divinità che si scioglie al sole, simbolo, come dice Harrer stesso nel film, della caducità delle cose. Purtroppo gli spiriti pacifici e le divinità non sono intervenute a favore dei tibetani, ritratti nel patetico ma altrettanto eroico tentativo di resistenza armata degno di un popolo che non conosce guerra, ma ospitalità e convivenza.

Harrer  sia per senso di colpa, sia per il legame intenso creato con quella popolazione  cerca di aiutare, ma quando viene ratificata la resa tibetana, i protagonista capisce che quel posto che sentiva appartenergli, forse non è più il suo posto. L’amico si è sposato con una locale nel frattempo, e la solitudine si fa sentire, ma il colpo di grazie arriva quando il Dalai Lama gli fa aprire gli occhi e capire che non può essere lui il ragazzo con cui sostituire il figlio che da tempo non voleva più neanche ricevere le sue lettere. E solo dopo il saluto del Dalai Lama che Harrer si sente pronto a tornare in Austria, per conoscere il suo vero figlio. E il ritorno ad una vita a cui sembrava aver detto addio non lo tiene certamente lontane da quelle montagne dove tutto ebbe inizio.