“Io vivere vorrei addormentato, entro il dolce rumore della vita”

 Desiderare di essere parte della vita con un’intensità tale da averne terrore. Essere estraneo e partecipe della realtà, coinvolto nel turbinio dell’esistenza, ed allo stesso tempo avulso da essa, essendo incapace di abbandonarsi. Toccare, ascoltare, osservare, odorare il frettoloso fluire della vita, coglierne l’attimo, ma rimanere sempre confinato in un angolo, intenzionalmente escluso.

 Essere un albero, vigile, che con i suoi rami si protrae e si estende verso la vita, rimanendo, però,sempre radicato nell’ombra.

 Ed è questo il segreto custodito da Sandro Penna. Il segreto di un’esistenza a lungo contemplata ed amata con ardore. Un segreto maturato in notti e in giorni di ascetica e silenziosa solitudine da cittadino e xénos di questo mondo.

Il verso, con Penna, si tramuta in una confessione dell’inconfessabile, una dolce, innocente e raffinata rivelazione dei desideri repressi e segretamente coltivati. La forma poetica in nome della bellezza assorbe il contenuto, lo sublima, ed il canto, in cui si tramuta la parola, ne fa dimenticare il significato. Perciò Penna è alla constante ricerca di grazia e di leggerezza. La struttura è breve, si riduce a pochi versi, immediati, impulsivi ed attraverso tale istantaneità della poesia egli tenta di raggiungere l’impeccabilità artistica. La natura trasgressiva della tematica, incentrata in particolar modo sull’ossessione omo-erotica, è dunque accettabile ed accettata grazie alla purezza che viene ad assumere tramite la forma lirica.

“Forse la giovinezza è solo questo 
perenne amare i sensi e non pentirsi”

Sandro Penna assunse una posizione distaccata anche dalle correnti letterarie del Novecento, sebbene entrò in contatto con la gioventù intellettuale, grazie in particolar modo alla vicinanza con Umberto Saba. Egli scelse dunque di non adoperare il linguaggio criptico, oscuro e simbolico dell’ermetismo, ed al contrario preferì l’immediatezza e la spontaneità nella comprensione. Il poeta, che verrà annoverato da Pasolini nello linea antinovecentesca, adotta il Realismo come chiave interpretretativa ed espressiva della sua poetica. Dunque il verso di Penna veste di forme semplici, archetipiche, come l’epigramma alessandrino o il pantum indonesiano, che gioca sull’accostamento di due distici che creano rispettivamente una situazione interna ed una esterna (il mare è tutto azzurro).

Ma è ben difficile e velleitario individuare il sentiero cronologico, in cui l’emotività e la sensibilità di Penna si sviluppano, poiché la sua poesia non esprime altro che l’infinito rinnovarsi di ciò che si ripete: entro di sè la vita permane e trionfa sulla mutevolezza della storia. Si intravede però costantemente un filo che si inerpica fra i versi della sua poesia, è un filo che esprime una “strana gioia di vivere”. Tale sensazione è l’affascinante inquietudine di contemplare le forme di un mondo lontano. Pause e slanci, soste e ripartenze, euforia e depressione non sono altro che il sintomo di un “vorrei, ma non oso”. Ed egli dunque è costretto ad oscillare, nella sua odissea verso l’amor profano, tra l’incanto della vita e il sofferente peso dell’esistenza e con lui la sua poesia,infervorata dal desiderio latente ed ossessivo di un amore proibito. .

” Era la mia città, la città vuota all’alba, piena di un mio desiderio. Ma il mio canto d’amore, il mio più vero era per gli altri una canzone ignota.”