“e alla fine, a chi le dedichiamo?

ah, all’estraneo che non ci comprese,

all’altro, ahimè, che non trovammo mai,

ai servitori che ci avvinsero,

a venti di primavera che dileguarono,

e al silenzio, lui, lo Sconfitto.”

Siamo agli inizi del 1900, forse nel 1903, o forse dopo. Franz Xavier Kappus era sdraiato sulla brandina, nelle camerate dell’Accademia militare di Wiener Neustadt. Nelle mani teneva un lettera, e la faceva roteare leggermente, con la mente persa chissà dove. Sulla busta, con una scrittura elegante, vi erano improntate due lettere R.M., poi Rilke, scritto finemente, con inchiostro nero. Il giovane Kappus l’aprì, di scatto, quasi ferocemente, era curioso. Aveva mandato qualche settimana prima delle sue poesie a Rainer Maria Rilke, un letterato boemo, una personalità ambigua, particolare, sensibile.

“Non posso entrare a diffondermi nella natura dei vostri versi”, così si apre concretamente, dopo qualche frase, la risposta di Rilke. Non è il caso, non ne sono in grado, e perché dovrei; queste sarebbero state risposte sicuramente più adeguate, più formali, più giuste per chi, di qualche poesie di un giovane poeta ambizioso, non sa che farsene. Ma Rilke diceva, e gridava quasi, “non posso”. E non poteva davvero, non poteva perché “nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico”. Magari avrebbe voluto saperne di più di quei versi, e chissà quante sensazioni, quante esperienze, quanta vita si celava lì dentro, ma “la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai la parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”. L’opera d’arte è silenzio, o meglio, è un rumore proprio e inaccessibile, e perché, allora, la distribuite in giro, così, come fosse merce, come fosse di tutti, in attesa di una parere che dovrà interpretare l’insopportabile peso di quell’assenza, costruendovi sopra critici e superflui castelli di carta? Forse Rilke voleva dire anche questo. E dopo non aver analizzato, né commentato le poesie di quel povero e giovane poeta desideroso di approvazione, dopo non aver frugato tra i versi, dopo non aver cercato risposte più in là, Rilke si dilungò su dei concetti di cui poi, la poesia, che negli ultimi cinquant’anni lo sta riscoprendo, farà ampio uso.

Lasciate stare l’approvazione, la compassione o il compiacimento, e guardatevi dentro, guardate qual’è la vera motivazione che vi spinge a scrivere, “esaminate se essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste disposto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? […] Edificate la vita secondo questa necessità”.

Rilke non diede al giovane Kappus qualche lezione sulla metrica, sulla forma, sulle figure retoriche, egli spiegò la vita, la poesia come vita: “avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore”. In questa lettera Rilke non è un precettore, non è un poeta, ma si fa quasi vate, profeta della poesia, in una sua sintesi paradossale, controversa, nella quale si scontrano in un rapporto dialettico silenzio ed espressività. Bisogno struggente di silenzio, di ascetismo, di esaltazione dell’Io nei profili soggettivi della natura, e tensione estrema verso la necessità di manifestarsi. Rilke, questo problema della lingua, lo sente amaramente, e teme che la parola si pronunci sempre agli altri, per gli altri. Ma la parola è, paradossalmente, personale, come del resto lo sono l’esperienza e l’emozione, i fattori che per primi la scaturiscono. Umiltà quindi, ma soprattutto sincerità, e “anche se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza”.

Di Kappus e della sua vena lirica, dopo questa lettera, si sa ben poco. Lavorò in qualche giornale, poi nell’editoria, e più in là pubblicò alcuni romanzi. Rispondere ad una domanda come quella di Rilke deve essere difficile, e ancora più difficile sarebbe dire “si!” scrivere è una necessità, la poesia è una necessità. Quante responsabilità comporterebbe, e quanti presunti poeti in meno profanerebbero quest’arte così delicata.