di Gabriele Cruciata

La crisi economica che stiamo attraversando ci sta trasformando. Sta trasformando i nostri modi di lavorare (per chi ancora può permetterselo), di intrattenerci, di relazionarci col prossimo. Sta trasformando addirittura i nostri volti.

Ieri ero in autobus. Sono due anni che ogni giorno sto sull’autobus, e la gente sta cambiando. Non si litiga più frequentemente come una volta, ma si litiga più violentemente. Non ci sono più occhiate minacciose per chi calpesta piedi o ascolta musica ad alto volume. Si vedono persone che dormono a tutte le ore, dalle 7 a mezzanotte, quando partono le ultime corse.

La crisi economica non è un insieme di dati, numeri e grafici, di BTP, Bound e Spread; la crisi economica siamo noi che cambiamo. È il nostro stile di vita che rapidamente cambia e drammaticamente peggiora.

L’autobus è il vetrino del microscopio sociologico per eccellenza.

Ci sono rughe sui volti. Rughe leggere. Ce ne sono più di quante ve ne fossero qualche anno fa. E ci sono occhi piccoli e stanchi ad incorniciarle, con capelli poco curati e abiti appena logori.

Poi sale un gruppo di ragazzi, avranno quattordici anni, e iniziano a ridere con forza, ad urlare, e riempiono lo spazio vuoto nell’autobus. Non lo spazio fisico, ma quello emotivo. Ed è il momento più interessante, perché due mondi paralleli si incontrano, quasi si scontrano, ma non si guardano nemmeno negli occhi. Ci sono gli uomini e le donne di quaranta o cinquanta anni, quelli stanchi, con le rughe leggere e gli occhi piccoli e i capelli poco curati e gli abiti appena logori, seduti in disparte, incollati ai finestrini, quasi a non voler arrecare disturbo; e poi in piedi, pieni di vita, i ragazzi, che della crisi hanno letto o sentito forse da qualche tv o da qualche nonna. Me li immagino dire “C’è la crisi! C’è la crisi!” con lo stesso tono con cui potrebbero dire “Non ci sono più le mezze stagioni”, con quel fare ironico che sbeffeggia la litania del luogo comune. Ridono rumorosamente e parlano rumorosamente. Scendono dopo poche fermate, perché ai ragazzi piace l’instabilità, non la certezza: devono cambiare costantemente ambiente.

La crisi, tutto sommato, ci rende più solidali. Mai come in questo periodo sto vedendo sfumare quell’odiosa abitudine italiana di pensare solo agli interessi propri, in barba a tutto e a tutti. Almeno tre o quattro volte al giorno vedo uomini e donne di tutte le età cedere il posto ad anziani o bambini o donne in gravidanza.

 Non vedo più donne in gravidanza.

Non vedo più nemmeno il disprezzo reciproco tra italiani ed immigrati, prevalentemente di Paesi d’influenza indiana. Ieri una turista di cinquant’anni, con marito al seguito, ha chiesto ad un immigrato dove fosse Via Panisperna: lui è sceso e li ha accompagnati. Ho visto altri immigrati cedere il posto ad anziani, e ho visto italiani cedere il posto agli immigrati, o mettersi loro vicino.

E tutto questo poco tempo fa non l’avevo mai visto.

L’assenza di denaro ti fa perdere la dignità. Non riuscire a permettere al proprio figlio di studiare, o di andare a mangiarsi una pizza con gli amici, ti logora fino al midollo. Dover arrotondare la pensione per poter mangiare, e andare al lavoro pensando che chissà se domani potrai andarci ancora ti mangia vivo, come un virus mortale. Però la dignità ti viene restituita in umanità e solidarietà col prossimo. Ti viene restituita dalla fratellanza che si è istituita tra uomini e donne che prima avrebbero fatto finta di non vedersi pur di non aiutarsi a vicenda.  Le rughe leggere e gli occhi piccoli e i capelli poco curati e gli abiti appena logori hanno piallato le distanze, e posto tutti su unico, disagiato piano. E se la crisi, con i suoi effetti sulla pelle delle persone, non vivrà ancora per molto, noi, da parte nostra, non dimentichiamoci di quando eravamo solidali fra noi.