Già negli ‘Epodi’ Orazio cominciava a denunciare la sopraffazione dei beni materiali sull’ animo degli uomini e al tempo stesso rivendicare una certa indipendenza dall’ influenza greca, ma è nelle ‘Satire’ che il poeta raggiunge pienamente lo scopo. Lo stesso Quintiliano scriveva ‘’satura tota nostra est’’, riferendosi cioè all’ impossibilità di indicare autori greci come punti di riferimento per questo genere letterario, ed indicando così la derivazione del genere da mano romana, come quella di Lucilio od Ennio. Esattamente come Lucilio, Orazio si serve della satira come strumento per un attacco apparentemente personale e sfruttando quindi la sua aggressività non solo come critica individuale ma come critica collettiva per una società dai costumi spesso corrotti. Il circolare di merci, persone, denaro e beni di ogni genere a Roma faceva progredire la città dal punto di vista tecnologico e sociale allo stesso modo in cui riusciva a infangare i valori morali delle persone meno ‘contaminate’, ingenue in senso buono e più vicine a quella natura intima della persona che ancora oggi si ammira negli Antichi.

Per Orazio l’attacco personale delle ‘Satire’ rimane da vedere da una prospettiva prettamente simbolica, in quanto vessillo di una critica resa necessaria dall’ osservazione e da una rappresentazione quasi comica dei personaggi. Già da quest’opera è chiara l’intenzione di Orazio di voler esporre una sorta di insegnamento filosofico non in maniera assoluta, ma nell’ambito delle sue capacità, osservando lui stesso in primis i precetti divulgati e coinvolgendo inoltre familiari e amici. L’intenzione viene facilitata altresì dalla vivace attività che si svolgeva intorno a Mecenate: artisti, poeti, filosofi e politici raccolti sotto la guida di Mecenate erano personaggi in grado di cogliere il significato intimo delle raccolte oraziane e di vedere oltre la natura aggressiva dei componimenti cogliendo ciò che la satira tutt’oggi cerca di ottenere.

I bersagli di Orazio non sono quindi cittadini di rango elevato o di spicco, sia perché probabilmente non sarebbe stata tollerata una simile ‘insolenza’ da un libertino patre natus, sia perché non è a quel mondo che l’autore guarda. Il suo sguardo si rivolge a un mondo più semplice, composto dal popolo minuto, quello più vicino alla vita quotidiana, e l’attacco è rivolto a filosofi ed artisti improvvisati, cortigiane, truffatori, lussuriosi e quant’altro.

Tutti i componimenti sono intrisi delle questioni centrali dell’arte e della filosofia di Orazio, con sfumature di epicureismo e più semplicemente di etica. Vengono gettate le basi per l’inizio di un percorso in grado di portare all’ autàrkeia, ovvero il principio del ‘bastare a sé stessi’, o alla metriòtes, cioè il concetto secondo cui la giustizia si trova nel giusto mezzo e nel rifiuto degli eccessi, ma che  dopo secoli di storia ancora poche persone tengono a mente.

Orazio esemplifica, adotta un simbolismo pratico ma efficiente nell’opera, e lo stesso suo simbolismo vela vagamente la sua morale affinché la critica attecchisca nelle menti dei più stolti o più ingenui attraverso esempi reali o facilmente ricollegabili alle proprie abitudini.
Ma non è certo facile far sentire la propria voce in un mondo in cui la morale è scomoda a coloro che riescono a farne a meno.

Il cambiamento è evidente nel secondo libro delle ‘Satire’, in cui lo sconsolato poeta capisce che non è forse la satira lo strumento più adeguato a combattere la corruzione. Non è più il poeta stesso ad avere la parola, altri personaggi vengono delegati: la delusione della mancata incisione nelle persone di autàrkeia e metriòtes è probabilmente troppo difficile da sopportare, ragion per cui l’artista cerca l’isolamento, non tanto per paura di essere contagiato dal parassita del vizio quanto per la sofferenza arrecata in chi osserva impotente.
Solo la villa sabina e la ricerca della serenità in una sorta di locus amoenus quale la campagna sabina riuscirono a riportare Orazio sui suoi passi.