I lunghi capelli bianchi di una figura esile, affaticata da una vita malata, nascondevano occhi di un azzurro vivo. In piedi, la figura esile che portava il nome di Antonin Artaud, scriveva ricurva su di un quadernetto, con il giorno o con il buio della notte, mentre fuori da quella stanza, il tempo scivolava via. Minuti ed ore trascorsi nel padiglione di una casa di cura nei pressi di Parigi. Prima un respiro, poi un ritmo dettato da un colpo su di un ceppo di legno con un coltello o con un martello poi ancora un respiro e di seguito un altro colpo e così ancora ed ancora.

In tal modo Antonin Artaud cercava ispirazione per i suoi versi, comprendeva la poesia attraverso il lieve rumore di un suono o di un respiro nei quali è riassunta la vita. Solo con il canto, il ritmo e la melodia è possibile catturare la poesia, intesa come la perfetta armonia che le parole compongono le une con le altre. Antonin Artaud sprigiovana così una forza vitale sorprendente, nascosta chissà dove in quel corpo, fatto solo di ossa e di malattia.

Nato a Marsiglia nel 1896 da una famiglia borghese, all’età di quattro anni, Artaud fu colpito da una grave forma di meningite, che fu la causa principale della depressione acuta e dalla dipendenza dagli oppiacei, che l’accompagnarono per tutto il trascorso di vita. Egli subì dunque molteplici ricoveri in sanatorio, dove, fin da subito, trovò spazio per amare la letteratura, leggendo Rimbaud, Baudelaire e Poe.

Ma Antonin Artaud visse superando se stesso. In che modo? Partendo dal dolore, dall’oblio dell’anima per tessere nuovamente il legame fra spirito e materia; prendendo coscienza della crudeltà, intesa come pharmakòn indispensabile in assenza del quale la vita non può sussistere. Perciò, secondo il poeta francese, è necessario che tale crudeltà sia ibera di sgorgare violentemente dall’anima, senza freni ed inibizioni, per scaraventare il corpo nel “turbine di vita che squarcia le tenebre”. Il male è un elemento primordiale e naturale, la cui nascita coincide con la nascita dell’uomo, mentre il bene non è altro che la conseguenza di un atto voluto. Ed in ordine a tale concezione, l’ebrietà di sentimenti straripanti, la distruzione, l’orrore, il caos, l’estasi regnano incontrastati.

Noi, società occidentale, schiavi del verbo e della parola, intrappolati nella dimensione dell’utile economico, siamo fuggiti dalla spontaneità, dalla purezza dell’amore ed abbiamo permesso alla razionalità di soffocare ogni anelito di pura e semplice passione. Così illusi dalla sicurezza di possedere la verità non recitiamo altro che una mistificazione assoluta della realtà, senza sapere di essere solo burattini di una vita mai vissuta. Per liberarsi dalla schiavitù, Artaud suggerisce di scavare nell’oscurità, insita in ognuno di noi, goderne l’ebbrezza e assaporarne la paura, in quanto solo il dolore e la finitezza rendono viva questa vita.

Proprio con il poeta francese la visione occidentale venne ribaltata: nella vita l’uomo mistifica la propria coscienza, recitando un ruolo che non sente e non possiede, mentre è solo nel teatro, palcoscenico di pulsioni, in cui la vita può essere assaporata, poiché l’attore e lo spettatore si ricongiungono con il Tutto. Lontano dalla ragione, lontano dall’apollineo e dalla parola il teatro è rappresentazione spontanea e vitale delle passioni, crude o violente che siano.

Ma limite della civiltà occidentale si riversa anche nel teatro “della parola”, che si sofferma eccessivamente sui conflitti psicologici e morali dell’uomo.

“Il nostro concetto pietrificato di teatro si riallaccia alla nostra concezione pietrificata di una cultura senza ombre, in cui il nostro spirito, da qualunque parte si volga, incontra soltanto il vuoto, quando invece lo spazio è pieno”

Ad esso egli oppone il teatro orientale ossia quello metafisico, in cui il movimento del corpo, la musica e la passione si fondono, dando vita alla poesia intensa della natura. Di grande ispirazione è dunque il teatro Balinese, il quale svela una realtà fisica e non verbale del teatro. Secondo il pensiero di Artaud l’idea della centralità della parola si è così radicata nella nostra mente, da renderci ciechi di un intero emisfero sensitivo. E per riscoprire tale dimensione sensibile è necessario che l’uomo trovi la forza per ergersi al di là della crudeltà e del bene, che tra tutti è il male più tremendo, e salire sul monte nietzscheano, per sentire nuovamente l’eterno Soffio della Creazione.