“Favorisca patente e libretto prego”, Max Verstappen non può consegnare il documento all’agente, non la possiede, anzi non può possederla. Il ragazzo in questione infatti, nonostante sia abituato a stare al volante sin da piccolo, non ha ancora raggiunto la maggiore età. Il pilota olandese ha infatti compiuto 17 anni lo scorso settembre, se per la licenza di guida dovrà aspettare, ha bruciato le tappe per prendere quella della FIA. È questa superlicenza che lo ha abilitato a gareggiare tra i grandi del massimo campionato automobilistico.

La storia di Verstappen non è fatta di coincidenze, sembra proprio che il destino del ragazzo nell’automobilismo sia già stato tracciato. Cresciuto in una cittadina belga ed educato dal padre Jos, ex pilota di Formula 1, dalla madre Sophie Kumpen, campionessa di kart, e dallo zio Anthony, pilota del campionato FIA GT e della 24 ore di Le Mans, sembra che Max sia nato per correre in pista. Infatti appena finita la prima elementare, inizia a gareggiare sui kart, non una novità per il mondo dei motori, lo stesso Michael Schumacher diede il via alla sua ascesa partendo dalle vittorie conseguite in questa categoria. Il tempo di finire il primo campionato fu sufficiente per capire che il destino non si era preso gioco di lui, il ragazzo aveva talento da vendere. I kart accompagnano tutta la sua gioventù, con la vittoria del campionato belga del 2006 della Rotax Max Minimax Class e di quello olandese, ma è nel 2010 che gli occhi delle grandi scuderie iniziano a posarsi su di lui. È il 2010 e Verstappen vince il Masters di Formula 3.

Chi rimane conquistato dalla sua performance è Helmut Marko, consulente della scuderia Red Bull, tuttavia Verstappen non è ancora pronto per entrare a far parte di una famiglia così grande, dominatrice delle ultime quattro stagioni, così sarà la scuderia di Faenza, la Toro Rosso, a fargli da “scuola”. La scuderia italiana negli ultimi anni si è distinta per una politica di investimento sui giovani talenti, Daniel Ricciardo ne è un esempio. L’esordio di Verstappen arriva nell’ottobre del 2014 a Suzuka, in Giappone, una delle piste più tecniche del mondiale. Papà Jos lo ha messo in guardia riguardo le difficoltà del tracciato, ma Max è determinato a conquistarsi la fiducia del grande pubblico che nutre ancora qualche perplessità nei suoi confronti. Il venerdì di prova lo vede protagonista della pista e lo fa diventare il più giovane pilota di F1 che ci sia mai stato. I suoi obiettivi tuttavia non terminano qui, la sua ambizione è ottenere una monoposto nel campionato  del 2015. La Toro Rosso, fedele alla sua linea verde, gli concede questa grande opportunità e il Gran Premio d’Australia diventa la prova del nove, nonché vero palcoscenico d’esordio. Il week end di gara inizia con un buon dodicesimo posto, a soli due secondi dal campione in carica Lewis Hamilton. La domenica, criticato quanto atteso dal pubblico alla griglia di partenza, rimane costantemente in lotta tra la settima e l’ottava posizione per i primi trentuno giri. Sfortunatamente al trentaduesimo è costretto a ritirarsi per un problema tecnico, ma come ha affermato il padre, per ora l’importante è andare avanti e fare punti, la vittoria è un obiettivo da raggiungere entro tre anni.

Nonostante il suo esordio non sia stato tra i peggiori, negli ultimi tempi Verstappen è stato più criticato per la sua età, definita da molti prematura, piuttosto che elogiato per il suo talento, tanto che per il campionato del prossimo anno è stata introdotta una nuova regola nella FIA, l’impossibilità di accedere alla F1 se non si sia raggiunta la maggiore età. Uno spreco di nuovi talenti? O solo un modo per tutelare i grandi “mostri sacri” dell’automobilismo? Il discorso è stato riproposto anche in moto GP per il motociclista spagnolo Marc Marquez classe 1993, esordiente nel 2013, vincitore del mondiale 2014. La ricerca di nuovi talenti è la giusta via per ravvivare questo sport, la loro spregiudicatezza e a volte incoscienza possono aggiungere quell’emozione in più ad un campionato che, anno dopo anno, sta perdendo sempre più quell’adrenalina che l’ha contraddistinto fino ad oggi.