Il tormentato rapporto tra la stoffa del campione e la solidità mentale. Chi meglio di Marco Pantani immedesima questo utopico equilibrio, fatto di salite e di discese, di pioggia e di sole, di gioia e di dolore. Marco Pantani, assieme a Gino Bartali e Fausto Coppi è stato forse il ciclista italiano più amato di sempre. Lo scalatore più forte che il mondo della bicicletta abbia mai visto, ma anche l’animo più burrascoso. Occhiali, bandana sulla testa, viso sofferente, il Pirata accarezzava la sua bicicletta con un’eleganza unica. Il rumore della sua creatura mentre pedalava era musica per le orecchie. Ripensarlo in maglia rosa e gialla è un ricordo intrinseco di orgoglio e rammarico. Perché Marco se ne è andato dieci anni fa, lasciato solo in una stanza d’albergo, divorato dalle disfunzioni del mondo sportivo di oggi e dai sentimenti di invidia, da sempre nemici dell’uomo.

Marco Pantani è il volto della vittoria e della sconfitta, della fierezza e dell’umiliazione, della fortuna e della sfortuna, del paradiso e dell’inferno. Un personaggio difficilmente riproducibile anche in un romanzo dantesco. La sua vita è un’insieme di frammenti che suscitano un sorriso e al tempo stesso una lacrima. Lo ricordiamo in quella fantastica cavalcata del 1994 sul valico di Santa Cristina quando vinse la sua prima tappa in un Giro d’Italia, e su un letto d’ospedale dopo il terribile incidente dell’anno successivo, quando un errore del servizio urbano fece in modo che una macchina lo investisse mentre correva la Milano-Torino. Un incidente che mise seriamente a repentaglio la sua carriera. Una gamba più lunga di un’altra non gli impedì di tornare più forte di prima, al punto di incantare l’Italia e il mondo intero nel 1998, facendo doppietta con la conquista del Giro d’Italia e del Tour de France.

Poi i bassifondi. Il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, proprio mentre era in testa al Giro, un test anti-doping rileva nel suo sangue un valore di ematocrito leggermente superiore rispetto al consentito. L’episodio gli costa quindici giorni di squalifica, vale a dire la perdita del Giro d’Italia. E’ l’inizio della fine. Il Pirata si sente umiliato, accerchiato, ferito nell’orgoglio e cade in depressione, una carogna che lo farà sprofondare negli abissi della cocaina. Gli “amici” e i media gli voltano le spalle. Nel loro immaginario, Pantani non è più il campione di tutti, ma solo un traditore. Ci sarà spazio solo per un ultimo sussulto, nel 2000. Un fantastico duello con Lance Armstrong sul Mont Ventoux in cui il Pirata diede l’impressione di essere tornato. Ma fu solo un’illusione. Pantani cominciò a chiudersi in sé stesso e diventò solo un fantasma di quell’uomo che pochi anni prima saliva sul tetto del mondo. Il 14 febbraio 2004 venne trovato morto in un residence di Rimini a causa di un presunto attacco di cuore dovuto all’utilizzo di sostanze stupefacenti.

Oggi Marco Pantani non c’è più e tutti si domandano il perché sia stato lasciato solo. La realtà è che chi mediaticamente lo rimpiange è stato il primo a massacrarlo quando era in cima alla vetta. Solo i suoi fantastici tifosi non lo hanno mai abbandonato, convinti che Marco fosse solo il capro espiatorio di un sistema marcio, vile e bugiardo. E nella loro mente, i ricordi si susseguono e c’è lui, il Pirata che si alza sui pedali sull’Alpe di Pampeano, sul colle del Galibier, mentre stringe i denti guardando in alto, verso il sogno di una gloria solo per un attimo accarezzata. Più veloce del vento, Marco Pantani non si ferma al traguardo con le solite braccia al cielo e lo sguardo sofferente, ma prosegue imperterrito. Fino all’olimpo degli dei del ciclismo, dove per sempre giacerà con la sua amata bicicletta.

“Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia” – Marco Pantani