Un occhio umano (…) guarda, riflette, interroga [la storia] illuminat[a] di miserie e di destini (…). Durante una sosta gli appare questo enigma: che cos’è un vero occhio? Il monaco non rispose.(Guido Ceronetti, Ti saluto mio secolo crudele)

 

L’autore de Il silenzio del corpo trascende da questa essenziale negazione di conoscenza. Guido Ceronetti, scrittore, poeta, filosofo e drammaturgo, nasce a Torino il 24 agosto 1927. Nel 1976 pubblica con Adelphi il suo “affascinante zibaldone” (Calasso), una raccolta di pensieri, aforismi, citazioni erudite e “ritaglietti stinti” (Ceronetti) il cui tema centrale è la lingua “altra” – quella silenziosa – della nostra materia, dei nostri organi e delle nostre membra.

Leggendo il testo ciò che mi colpisce dall’inizio è la sovrabbondanza di nomi, di rimandi e di campi di sapere nei quali fatica Ceronetti. Rimango stordito nell’immaginarlo tra migliaia di volumi proteso follemente nella ricerca ossessiva, forse per placare quel “dubbio antico”.

Guido Ceronetti è un disperso volontario, un escluso da Dio, faccia a faccia col proprio nulla. Nel marzo 1983 Cioran scrisse (Esercizi di Ammirazione) che Ceronetti dà l’impressione di essere un uomo ferito, come tutti quelli a cui è negato il dono dell’illusione.

Il filo conduttore nell’asistemico magma ceronettiano, fatto di donne, vegetarianismo, tutela dell’ambiente, medicina, storia, filosofia e religione, è il distacco ironico del misantropo compassionevole. Ceronetti fa emergere quanto di più distante c’è dall’essere-uomo e al contempo quanto di più vicino; riesce a toccare i nervi e i capillari più nascosti, risvegliando i rimossi e gli antichi misteri che da sempre sono radicati nelle nostre cellule (anche al di là della nostra consapevolezza!). Ceronetti, con le sue intuizioni, non spiega il percorso logico bensì mostra l’evidenza.

 

Inutile emigrare, se non davanti a un cambiamento politico indesiderato (…). Restano due fughe possibili: nella morte volontaria; nello spirituale. Mai tanta chiusura di porte nel visibile. C’è da vedere un segno, in questo: o lo spirituale o la morte. Dal mondo, violentemente o con dolcezza, si può ancora fuggire.

 

Il Terremoto, che non ha cessato di percorrere in tutti i sensi la terra, è una specie di refrigerio (finalmente, una paura diversa! Una paura senza faccia umana!) per le città malate d’uomo

 

La vita anela, in segreto (ma a volte anche lo grida e non udiamo) a non essere più

 

Le donne progressiste contribuiscono ad accelerare catastroficamente il moto impresso dall’uomo, e nelle loro rivolte non c’è che la paranoia di far trionfare niente altro che quel che l’uomo vuole

 

Tuttavia, sono le confessioni private ad attirare maggiormente la mia attenzione come fossi convinto di poter trovare, pagina dopo pagina, un fraterno amico che consoli questa inquietudine che non conosce pace; ma Ceronetti non si lascia commuovere nemmeno dalla propria sofferenza.  Si lacera, si sminuzza, fa fuoriuscire il suo buio… ma quanto è luminoso:

 

”Nello spazio che separa il Budda da Émile Littré c’è forse un punto dove potrei collocarmi. [Ma] Dio non può venire che nel cuore vuoto, concentrato in lui, non in un cuore occupato da Dizionari. I Dizionari sono Peccato sulla porta, pronto a slanciarsi. Facendo libri colti, a mia volta riempirò altri, che mi cercheranno per distrarsi credendo di cercarmi per sapere. Ma l’incomprensibile storia umana, i suoi enigmi e baratri ci fanno segno, ci indicano qualcosa al di là dello steccato […] Così cerco di giustificare un imponente piacere, pietà di me. Budda dissolve l’indecifrabile come adiaforo, Littré sublime prostatico, inchiodato sulla sua poltrona, riunisce parole in un enorme elenco di significati; io sono un’alga buttata ora qua ora là.”

 

Ancora, Ceronetti ebbe a dire di sé: “sono un asceta fallito”!

 

Per conoscere meglio sia Il silenzio del corpo che lo stesso Guido Ceronetti, ricorro nuovamente al suo amico Emil Cioran che, sempre quel 7 marzo 1983, annotò: “la maledizione di trascinarsi dietro un cadavere è il tema stesso di questo libro”, per poi concludere sull’autore: “fra tutte le persone, le meno insopportabili sono quelle che odiano gli uomini. Non bisogna mai fuggire un misantropo”.