Intorno agli anni Trenta, al caffè “Le Giubbe Rosse” di Firenze, un circolo di giovani intellettuali discute di poesia e di letteratura, con accenti ed aperture del tutto inediti nel panorama dominante dell’epoca, caratterizzato da toni celebrativi di certa provinciale cultura di regime e dai perduranti echi della retorica dannunziana. Sono i giovani del movimento che verrà definito ermetico dal critico Francesco Flora e nell’accezione, volutamente negativa, è indicata tutta l’oscurità espressiva di un genere che si esercita in scelte sintattiche e lessicali complesse. L’espressione, derivata dalla filosofia di Ermete Trismegisto, autore in età ellenistica di un corpus di scritti di alchimia e di scienze occulte, richiama un modo mistico di concepire l’esistenza. E in effetti nel saggio di Carlo Bo “Letteratura come vita”, apparso nel 1938 sulla rivista “Frontespizio”, ritenuto il manifesto di questa corrente di poeti e di critici, niente di quanto si afferma è oscuro rispetto alle parole d’ordine della cultura allineata, che si nutre di retorica e mitologie.

 Il saggio delinea i fondamenti teorico-metodologici di un modo di fare letteratura, che si fonde con la realtà più intima dell’uomo ed esclude qualsiasi atteggiamento superficiale ed esteriore.

 “Rifiutiamo la letteratura come illustrazione di consuetudine e di costumi comuni, aggiogati al tempo, per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza. A questo punto è chiaro come non possa esistere (…) un’opposizione fra letteratura e vita. Per noi sono tutt’e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi (…). La letteratura è una condizione, non una professione. Non crediamo più ai letterati gelosi dei loro libri (…). Non esiste un mestiere dello spirito (…). La nostra letteratura sale dalle origini centrali dell’uomo (…). È la vita stessa, e cioè la parte migliore e vera della vita (…)”

 La letteratura è dunque lo strumento per conoscere se stessi e per ricercare una forma superiore di conoscenza; è un’esigenza di integrità interiore, una condizione esistenziale che presuppone una fedeltà continua alle proprie idee ed ai propri ideali, incompatibile con il contesto politico e sociale che oramai pretende l’adesione a poche e gridate parole d’ordine. Proprio ai letterati-ideologi, ai fascisti di sinistra e ai teorici del corporativismo, Bo ricorda che la letteratura non è un attività lavorativa, ma una condizione, ossia implica uno stato di ripiegamento sulla vita interiore che esclude qualsiasi interesse per attività pratiche e contingenti ed esige invece di “ svolgersi in una sospensione di reazioni fisiche, in un golfo di attesa metafisica”. La vita si realizza in modo privilegiato nella poesia, innalzata ad una ragione d’essere, unica dignità possibile.

 La torre d’avorio eretta dagli ermetici esclude qualsiasi forma di impegno pratico o politico. Lo stesso cattolicesimo, che Bo e molti poeti professano, viene infatti subordinato ad una concezione assoluta della letteratura e della poesia. Al tempo stesso però “l’assenza” sistematicamente praticata diventa una sorta di opposizione al regime che invece esige partecipazione ed intervento, ed una forma di elusione del controllo che sul piano formale si traduce nella cifra stilistica complessa ed oscura del simbolismo. Il gruppo di ermetici forma una vera e propria scuola, con una precisa grammatica, fatta di soluzioni linguistiche e formali molto tecniche quali l’uso dell’endecasillabo e dell’astrazione. Le immagini diventano rarefatte, in senso non concettuale ma lirico, per potenziarne il valore evocativo; il lessico si riduce a poche parole chiave e le determinazioni, come ad esempio gli articoli, vengono soppressi in modo da rendere la parola assoluta ed allusiva.

Questi giovanissimi poeti come Alfonso Gatto, Mario Luzi, Salvatore Quasimodo vedono Eugenio Montale come il loro grande maestro, dal quale trarre insegnamenti e stili di vita all’insegna di quella assenza, che è tanto una forma di opposizione alle mitologie imperanti, quanto il segno della condizione di un cosmico male di vivere. Di fronte al dilagare del fascismo Eugenio Montale aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Croce ed Amendola nel 1925. Giunto a Firenze aveva lavorato presso la casa editrice Bemporad e un anno dopo era stato nominato direttore del gabinetto scientifico letterario G.P. Visseux, dal quale venne successivamente allontanato per non aver aderito all’ideologia fascista. Sotto il segno della separatezza a questo stile di vita, alieno da compromissioni, corrisponde una poetica coerente, che respinge i falsi miti e le illusorie certezze e che traduce il dramma dell’intellettuale nel linguaggio scabro e petroso, attraverso la rappresentazione di una realtà arida fatta di oggetti-emblemi di una condizione umana di sofferenza. La tendenza ad evidenziare gli aspetti negativi della realtà oscilla dialetticamente tra la constatazione del male di vivere e la speranza vana del suo superamento. Non c’è tuttavia nei versi di Montale uno sterile pessimismo, egli anzi vede nell’impegno morale la possibilità di riscatto dalla legge di dolore. Di qui la ricerca del varco che permetta di intravedere la verità, che infranga la regola ed apra la possibilità di un’improvvisa rivelazione del significato della vita. Di qui anche la volontà di condividere con gli altri la percezione angosciosa della realtà.

 In questo desiderio di rompere l’isolamento sta la differenza di Montale con il movimento ermetico, per affermare la possibilità di un riscatto che assume spesso le fattezze di una figura femminile: ora è Clizia, protagonista di molti componimenti depositaria di una breve traccia luminosa, ora è l’anguilla che si riproduce in pozze d’acqua stagnante, in luoghi dominanti dalla desolazione, ma che incarna la volontà di vita. Clizia-anguilla, emblema della speranza di rinnovamento, testimonia con la propria sofferenza il persistere di ragioni ideali e quindi della poesia stessa in opposizione alla morte e all’aridità dominante. In tal senso la poesia di Montale fornisce alla nuova generazione di poeti una lezione di austera, stoica resistenza in cui è condensata una scelta etica: lontano da qualsiasi prospettiva consolatoria, il poeta non ha alcun messaggio positivo da comunicare, può solo enunciare gli aspetti negativi della condizione umana e quelli altrettanto negativi della storia.