Barcellona, perla della Catalogna: la Sagrada Família di Gaudí e Las Ramblas, il  Castell de Montjuïc e il Parque de la Ciudadela, ma anche gli dei onnipotenti del calcio moderno, gli invincibili culés del Futbol Club Barcelona e loro, i cugini che nessuno conosce, l’altra squadra della città, i giocatori e i tifosi del Reial Club Deportivo Espanyol, oscurati dallo strapotere dei rivali ma contraddistinti da un profondo ed invidiabile senso di appartenenza. Tifare la seconda squadra di Barcellona è motivo di orgoglio e distinzione, significa supportare la propria squadra indipendentemente dai risultati, dalla retrocessione o dalle difficoltà economiche. Nonostante la società sia eclissata dallo slogan Més que un club, tifare Espanyol non è assolutamente un supplizio, come qualcuno potrebbe credere, ma una consapevole scelta di vita. La força d’un sentiment, dicono i tifosi, sempre fedeli al club nonostante non riesca mai a fare il salto di qualità. «Lo mejor de Barcelona, es ser del Espanyol». Furono queste le ultime parole di Luis Garcia, bandiera della società catalana con più di 250 presenze e 40 reti all’attivo. Una frase che racchiude lo spirito di questa squadra che non hai mai palesato complessi di inferiorità nei confronti dei cugini, ma che invece ha sempre perseguito la propria filosofia togliendosi diverse soddisfazioni sia in patria che in Europa.

Il 28 Ottobre del 1900 tre studenti di ingegneria, Octavi Aballí, Lluís Roca e Àngel Rodríguez Ruiz, fondano la Sociedad Española de Football che nel 1906 diventerà Club Deportivo Español. Nel 1929 i Periquitos alzano al cielo il primo trofeo, la Copa del Rey, dopo aver sconfitto in finale gli acerrimi rivali del Real Madrid, da sempre simbolo della monarchia e del centrismo castigliano. Undici anni dopo, nel 1940, i biancoblù bissano il titolo sempre contro il Real Madrid, questa volta nella tana del lupo, al Campo de Fùtbol de Vallecas, sotto gli occhi di Franco, inerme di fronte alla riscossa catalana. La società vincerà altre due coppe (2000 e 2006) e raggiungerà la finale di Coppa UEFA nel 2007 (persa contro il Sevilla), poi più nulla.

Intanto dall’altra parte, la società rivale fondata nel 1899 da Hans Gamper, sotto la guida di Guardiola diventa campione d’Europa, del Mondo, di Spagna, vince tutti i trofei possibili ed immaginabili, fornisce alla Nazionale elementi cardine per la conquista della Coppa del Mondo, sforna talenti a ripetizione, si circonda dei giocatori più forti del globo ed eclissa il nome dell’Espanyol. Tuttavia, spesso e volentieri, i cugini hanno rifilato qualche scherzetto ai mostri sacri del calcio: nella stagione 2006/2007, infatti, un gol di Raul Tamudo costò la Liga al Barca di Rijkaard. Semplicemente il Tamudazo. E i talenti? Anche l’Espanyol ha i suoi, tutti cresciuti a Sant Adrià de Besos, cittadina situata a Nord di Barcellona.

In questo centro sportivo – che può contare su circa 600 iscritti alla scuola calcio – gli istruttori patrocinano valori come la lealtà, la solidarietà, la passione e l’attaccamento alla maglia, coltivando giovani da far esordire nella massima serie. Dalla cantera sono usciti Joan Capdevila, campione del Mondo con la Roja, il già citato Raul Tamudo, Sergio Tejera, Javi Marquez, Didac Vilà, David Silva e Kiko Casilla. Solo per dirne alcuni. Ma il giocatore sicuramente più rappresentativo resta capitan Daniel Jarque, tragicamente scomparso a causa di un’asistolia l’8 Agosto del 2009 mentre era al telefono con la fidanzata. Da allora, al minuto 21 di ogni partita disputata all’Estadio Cornella El Prat, il giocatore viene omaggiato dai tifosi con un applauso fragoroso che fa venire i brividi. Inoltre, benché il Barcellona si autoproclami simbolo della catalanità, l’Espanyol rimane vicino agli ideali autonomisti presenti all’interno della comunità autonoma. Esto es Espanyol: amore, passione, senso di appartenenza e purtroppo nulla più, poiché i risultati della squadra sono quelli che sono. Figli di un Dio minore, è il triste destino di questo club. Ma ai tifosi, di tutto ciò, non importa minimanete. Basta l’orgoglio. E di quello ce n’è a bizzeffe.

FP