di Luca Giannelli

Che fa, s’accascia? Sì, s’accascia. Eccolo là, il giapponese, stramazzare per le terre dopo aver guardato Roma, dal Gianicolo. Ci risiamo: la sindrome di Stendhal, una pena davvero, in questo caso, “capitale”. Credevate fossero impermeabili alla bellezza, questi turisti, protetti dagli obiettivi delle macchine fotografiche? Il Sorrentino de “La Grande bellezza” ci dice che no, che non lo sono. Noi però non ci crediamo, e nessuno dalla testa ci leva che a colpirlo sia stato un ben più banale infarto, o meglio, per dirlo alla napoletana, un più colorito ma ugualmente letale “papariello”. Guai però a dirglielo, a Sorrentino. Lui, il banale, lo rifiuta a priori. A prescindere, come avrebbe detto Totò. Se è a Stendhal che fa riferimento la sindrome di cui cade vittima il povero turista, quella di cui sembra soffrire Sorrentino, così diffusa in certi ambienti artistici, la si potrebbe intitolare alla scrittrice Gertrude Stein e che suona più o meno così: più sei popolare e meno sei artista. A partire da quel “L’uomo in più” (che detto tra parentesi rimane per noi finora il suo migliore risultato), Sorrentino questo principio lo ha progressivamente forzato, stressato, portato al punto di rottura, come ben riassunto del resto dalla frase di lancio de “L’amico di famiglia”: «non confondere mai l’insolito con l’impossibile».

James Joyce era convinto -lo scrisse tra l’altro anche in una lettera a Djuna Barnes- che l’insolito, le cose straordinarie fossero per i giornalisti. Lui, lo straordinario lo cercava nell’ordinario. Sorrentino no. Sorrentino ci mostra –ci dimostra- che a lui le cose ordinarie, che poi sarebbe la realtà, non gli interssano, e se proprio non ne può fare a meno, si preoccupa di rivestirle di vera o presunta inverosimiglianza, per pericolo, appunto di “cadere” nel banale…Vogliamo una casa con terrazza? Eccola, con vista abbacinante sul Colosseo, tale da mettere in ridicolo i giornali che tanto hanno scanocchiato su quella famosa “con vista” ma ben più misera di uno Scajola qualsiasi. Volete un segno di santità? Eccolo, in carne e ossa (più ossa che carne, per la verità): ha centotre anni, è una specie di caricatura di madre Teresa di Calcutta, mangia radici “perché le radici sono importanti”, sembra in trance permanente e dorme bene solo sul pavimento. Volete una direttrice di un settimanale? Eccola, una nana con caschetto nero e occhiali alla Le Corbusier, “cazzuta” direttrice di una rivista misteriosa ma nient’affatto esclusiva, se è vero che decide di mandare il suo inviato di punta (anche perché unico, ovvero Servillo) perfino all’isola del Giglio, all’affollato capezzale della gigantesca Costa Concordia. Volete un’artista “alternativa”? Eccola, una squilibrata come non se ne vedevano quasi nemmeno negli anni Ottanta, che con la falce e martello rasati sul pube dipinto di rosso e con fazzoletto in capo prende la rincorsa per sfracellarsi contro le antiche non ma non per questo meno dure mura (una scena esagerata perfino per il pd di questi tempi!); ne volete un’altra, in erba? Eccola, la figlia di un collezionista pronta a esibirsi, dopo qualche smorfia di troppo, durante l’ennesima festa in una performance stile misto, action painting e body art. Volete un sacerdote? Eccolo, un cardinale che qualcuno dipinge col passato da esorcista e ora interessato solo a parlare di cucina. Volete un animale? Niente gatti, niente cani, solo giraffe pronte a scomparire con qualche trucco e uno stormo di fenicotteri fermatisi in sosta durante una migrazione proprio sulla terrazza davanti al Colosseo del nostro protagonista, alias Toni Servillo.  Già, il protagonista. Nemmeno quello è ordinario: si chiama Jep -non Mario o Giovanni, Jep- è un giornalista che abbandonate le giovanili (talentuosissime, si apprende) pulsioni letterarie ha preferito poi per pigrizia dedicarsi anima e corpo alle feste, magari per “farle fallire”. Cosa più facile a dirsi, a quanto pare, che a farsi. Anche perché le futili e sguaiate cerimonie di cui il film è farcito, sembrano già fallite in partenza. Nessun conturbante spogliarello come ne “La dolce vita”, nessuna sospesione di senso come ne “L’anno scorso a Marienbad”. I trenini saranno anche “i migliori del mondo”, si balla, si canta e si lanciano perfino i coltelli, ma a noi spettatori non ci raccontano nulla di nuovo, non ci spalancano mondi segreti come facevano Fellini o Resnais.  Basta sfogliare un qualsiasi catalogo cafonal di Dagospia, basta ricordare i festini con maschere da maiale e tuniche romane organizzate da qualche assessore regionale laziale in vena di revival e probabilmente già archiviate nella corta memoria della nostra politica, per concluderne che almeno in questo campo, la fantasia di Sorrentino non è si allontanata da quel che le (tristi) cronache ci hanno raccontato. Jep è un concentrato di “maanchismo”: fallito ma anche di gran successo, scettico ma anche capace di mettersi in fila con le signore per qualche iniezione di botulino, culturalmente evoluto ma anche circondato –un po’ come l’Andreotti ne “Il divo”- da una fauna umana di variegata provenienza, fatta di grezzi commercianti alla Buccirosso o frustrati drammaturghi come il povero Verdone. Alla “fessa”, Gambardella confessa di preferire “l’odore delle case dei vecchi”, ma solo a parole, visto che alle case dei vecchi preferisce decisamente quelle lussuose delle belle donne come un’Isabella Ferrari a ragione piantata in asso; un “flaneur” diventato lui stesso parte della folla che avrebbe dovuto solo osservare, un “paysan de Rome” cui nessuna modernità può più scombussolare uno sguardo irrimediabilmente impigrito, un dandy che ha smarrito nel Tevere iconoclastie e eccentricità, deluso da se stesso ma anche soddisfatto di vestire pacificati abiti di sartoria e di avere le sere impegnate. Del protagonista aragoniano, convinto che il mito sia “innanzitutto una realtà, una necessità dello spirito, il tapis roulant della coscienza”, Gambardella conserva solo il gusto della passeggiata. Nessuno stupore, nessuna frizione di senso. Nessuna «luce moderna dell’insolito». Le insegne, lui non le guarda nemmeno, sa perfettamente che ormai servono solo per far pubblicità (è solo “product placement”: una banca, una birra, una ditta di abbigliamento). Con la voce fuori campo a scandire qualche iperbole “in più”, a commentare anche laddove non ve ne sarebbe bisogno. Perché se il film è iperbolico che vuol essere -senza trama, aforistico, impressionistico- alla fine della fiera aggiunge ben poco al nostro già di per sé impoverito immaginario. Fellini a parte, della Roma notturna e segreta, delle sue architetture, dei suoi sacerdoti laici ci avevano fatto vedere di più e meglio il Greenaway de “Il ventre dell’architetto” e il Bellocchio de “L’ora di religione”, anche se la visita notturna nei palazzi bui dell’aristocrazia con Pasotti guida-che-non-ti aspetti resta la sequenza probabilmente più felice di tutto il film, l’unica a mantenere un qualche legame con la “bellezza” del titolo”.

In questo grottesco pamphlet sul nulla, sul tempo che scorre, sulla morte che incombe, Sorrentino non ha voluto lasciare spazi bianchi. Il regista de “L’uomo in più” ha orrore del vuoto, riempie tutto, perfino il soffitto di casa con il mare azzurro della sua infanzia. Finendo però col dire, a nostro avviso, cose semplici in modo complicato. Il contrario di quel che l’arte in fondo dovrebbe fare.

Giapponese caduto “sul campo” a parte, l’unica morte è quella (fantasma) della Ferilli, il cui personaggio è forse il solo a respirare la vita vera, quella che si accontenta, giorno per giorno, anche di “piccole” bellezze. Da cercare e trovare nel reale. Giù giù, come chiedeva André Gide, “jusq’au banal”…