Quello della contrapposizione tra il tempo del cuore, dell’infanzia e della morte, che rallenta durante la crescita e che nell’ ‘Orologio’ si definisce addirittura biologico, e quello storico, esterno, costante e irrefrenabile è forse il principale tema di fondo dell’ opera stessa. Il tema del tempo così distinto in due ritmi diversi e contrapposti rappresenta un problema non da poco in una società come quella italiana immediatamente dopo la guerra e probabilmente ancora di più in un tipo di società diversa come invece è quella odierna, il cui tempo viene scandito dalla produzione e dal consumo, entità che risultano quasi come sospese nel 1945 per una riconversione industriale in ‘tempo di pace’ e in particolare nell’ Italia dell’ ‘Orologio’, con un occasionale sguardo sulla piccola e media ‘borsa nera’ e sul piccolo commercio cittadino di prodotti americani come il tabacco americano della signora Teresa. Il tempo personale è la combinazione tra i due diversi tipi di tempo, incontrollabili, uno regolare, che non esita e non cambia, e l’altro che corre all’impazzata, rallenta, si ferma, conducendoci all’eternità, che forse è il nulla.

Il primo capitolo introduce immediatamente il lettore su un aspetto particolare della concezione che Levi ha del tempo e di Roma. Roma è una città che viene definita ‘eterna’, è un luogo in cui il tempo sembra non esistere, come fosse una porta per una dimensione atemporale in cui il rombo delle automobili e le sirene delle autoambulanze sono assimilabili a quel ‘ruggito dei leoni’ caro a Levi e con il quale l’autore comincia sin dalla prima riga il suo racconto. A Roma si intuisce di trovarsi in un luogo speciale e che forse non viene assoggettato neanche al tempo storico, nonostante sia un luogo in cui la storia la si respira e in cui accadono avvenimenti che necessariamente portano ad una scansione storica delle vicende italiane. E’ il caso della conferenza di Parri, vero e proprio spartiacque (non solo nel libro di Levi) tra l’Italia della Resistenza, quella ideologica, appassionata e ancora viva e il suo divenire ricordo storico, secondo Levi, dopo la caduta del governo Parri. Non è un caso che Levi arrivi in ritardo alla conferenza che si tiene a Roma, che si trovi senza orologio, non più schiavo ma libero di seguire il suo tempo, di fermarsi al teatrino di marionette, di vagare. E’ la prova che tempo personale e tempo storico non coincidono, nel caso di Levi quello personale arriva leggermente in ritardo, rallentato da quella sorta di epifania che la folla intorno al teatrino gli provoca, perché in quel momento ‘ognuno è in grado di godere della propria parte delle cose’. Ma se a Roma Levi si sente libero di vagare, a Napoli, in cui il tempo scorre normalmente, uno spettro di morte veglia sulla sua flanerie.
Quale posto migliore di Roma, città in cui il flusso normale del tempo non esiste, si arresta, per riflettere sul senso stesso del tempo e sulla sua divisione in storico e personale? Roma è una città tentatrice, in cui la voglia di fare, almeno a sentire i partigiani del Nord, non esiste e viene annichilita dal quel veleno che è il vino dei Castelli, l’unica cosa che i romani sanno fare.
Non a caso quando Levi dice addio a Roma per recarsi a Napoli dallo zio Luca la definisce un ‘tempo non tempo, luogo non luogo’, unica vera definizione di Roma, ed è solo qui che il legame tra tempo storico e personale può rompersi, proprio come l’orologio ereditato dal padre che non per coincidenza si rompe esattamente a Roma. La capitale è il posto in cui avviene quella ricorsività del tempo vichiana, opposta alla concezione della linearità storica di Croce, in cui la Preistoria, la selva, le lupe che allattano riaffiorano prepotentemente coprendo con il proprio ruggito i suoni della modernità, riavvolgendo a forza il tempo storico e meccanico, per una necessità, quella del ritorno alle origini per non perdere la propria civiltà, e non perderla proprio in quegli anni di ricostruzione.