La vita di Adele è l’ultimo film di Abdellatif Kechiche, premiato con la palma d’oro al festival di Cannes. Il regista tunisino aveva già esordito nel 2000 con Tutta colpa di Voltaire, la melensa storia di un magrebino immigrato clandestinamente nella capitale francese e ora alle prese con l’integrazionismo della République. Una produzione che aveva cavalcato inevitabilmente l’onda di un dibattito delicato in Francia. Se il tema oggi è cambiato le dinamiche sono simili, infatti La vita di Adele viene premiato con la palma d’oro qualche mese dopo l’approvazione della tanto discussa loi Taubira che ratificò il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali. Al tempo della Manif pour tous, il “movimento” di protesta che ha convogliato in piazza migliaia di famiglie francesi (800 mila persone sugli Champs de Mars nel gennaio 2013) e che fu soffocato, fisicamente e mediaticamente, dalle istituzioni, si è deciso di porre fine al dibattito con la premiazione al festival di Cannes del film di Kechiche.

Una regia che ha messo in evidenza con l’abbondante uso del primo piano – tecnica costante nel film – la realtà, forte e cruda, delle prime esperienze omosessuali di una giovane adolescente che si scopre lesbica. Oltre un giudizio in merito alle preferenze sessuali che rappresentano la sfera privata e la libertà individuale, bisogna chiedersi ancora una volta perché i media elogiano e promuovono un film che, tralasciando la volgarità del linguaggio e delle scene di sesso – di cui le stesse attrici si sono mostrate perplesse – ci mostra quella sfumatura di un’adolescenza che, in qualsiasi caso (che sia etero o omosessuale) deve, per guadagnarsi l’appellativo di “moderna”, gettarsi a capo fitto senza troppo domande nella sfera della lascivia e della voluttà, dell’andare contro per il solo fine di “andare contro”, aggrappata ad un libertà che si conclude nel vizio più che nella reale emancipazione. Si viene quindi ad imporre questa fraintesa “libertà” sartreiana della “scelta di sé stessi” come nuova concezione di vita. Ideal-tipo di esistenza preso a modello dalla gauche caviar dopo i postumi del 68′, che rende così la sfera sociale irreparabilmente politicizzata – o meglio: una vuota sagoma ideologica –  per cui “l’essere di sinistra” vuol dire tolleranza assoluta, abuso di sesso e di droghe, e non più difesa dei conflitti di classe che dominano la realtà sociale. L’analisi marxista, la lotta al Capitale, le tensioni sociali vengono così abbandonate – non che la destra le difenda – anche dall’ala più radicale della gauche, e questo fenomeno si palesa qui come ultima conseguenza del 68′. 

Risulta quindi evidente che la palma d’oro è stata consegnata come premio – diremo anche medaglia del regime – per l’ottima propaganda del regista contro le proteste della Manif pour tous, e ancora come strumento di dibattito funzionale alla distrazione delle masse dai reali problemi sociali che non solo la Francia ma l’Europa in generale deve affrontare.

Che il film si sia dimostrato un flop lo confermano i dati della CBO BOx-Office che ne segnala un calo nella frequentazione delle sale del 26%, pur ricevendo un notevole aiuto finanziario della CNC ( Centre National du Cinéma). Tuttavia risulterà essere un’ottima operazione commerciale calamitando tutti gli studenti dei licei francesi nelle sale attraverso l’offerta di posti da parte della LMDE (La Mutuelle des Etudiants).

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