di Luca Giannelli

Quella villa lì, a una quarantina di chilometri da Parigi, di disegni, di bozzetti, di costumi, di trucchi, ne ha visti sempre in vita sua, da quando è nata. Da quando all’inizio degli anni Venti Paul Poiret, che è un po’ il padre di tutti gli stilisti moderni, ne commissionò il progetto all’architetto Robert Mallet-Stevens. E poi anche dopo, quando dal 1933 fino al 1985 diventerà la dimora dell’attrice Elvire Popescu, diva del teatro, attrice di cinema anche per Sacha Guitry. Quella villa ora è in vendita, da qualche anno. E’ vuota. E’ solo memoria, rara ma concreta, del modernismo francese, raffinato sogno di uno stile mutuato da Vienna (da Josef Hoffmann e le Wiener Werkstaetten per essere più precisi) e declinato da Mallet-Stevens secondo regole da ésprit de finesse.

E’ con l’immagine di questa enorme villa che Léos Carax apre la sua visione, o meglio la visione nella visione. Perché Carax, più che fare film, realizza visioni. Quasi sempre sorprendenti. Quel biancore architettonico è la prima luce che si apre nelle tenebre, che scuote lo schermo di una lugubre sala cinematografica popolata da mostri, nella quale lo stesso regista, in una sorta di prologo, viene trasportato nella notte.

Carax ci dice subito che stiamo per andare nell’al di là, anzi, che siamo già andati oltre. Dove l’oltre, come sempre in Carax, è il regno del sogno, inseparabile dalla vita. Eppure “Holy Motors”, non è un film di fantascienza. O meglio, lo è, ma solo nel senso che è già fantascienza la realtà che viviamo, le cui immagini non sono solo inutili, ma addirittura nocive per l’immaginazione. Senza senso, dunque.

Una realtà ormai disabitata. Come la villa Poiret, come la sala cinematografica. Come i famosi magazzini art nouveau La Samaritaine presso il pont Neuf (quello sul quale Carax aveva già messo i suoi “amanti”), sulla cui terrazza ci porta nel finale: è lì che come sempre tra violenza e tenerezza si celebra il commiato amoroso tra Oscar una sua “collega” (e probabilmente ex amante) incontrata, anzi, scontratasi con la sua limousine con quella identica di lui per le strade di Parigi. Carax filma il vuoto prima che l’enorme struttura (70mila mq.!) sia trasformata in albergo a cinque stelle, filma il vuoto di un mondo dove nessuno ci spia ma dove siamo addirittura noi stessi a rivelare i “segreti” di una vita che non ha più segreti e il cui opposto fisico diventa la foresta (la carta da parati con la porta segreta della sequenza iniziale, il luogo che Monsieur Oscar vorrebbe vedere tra gli appuntamenti).  Lui, è uno degli ultimi combattenti, degli ultimi resistenti per una bellezza dura, profonda. Il suo lavoro è mettere in scena perfettamente la finzione, quella finzione che in un mondo sottosopra dove domina l’immagine digitale e la sua capacità di mentire diventa l’unica garanzia di realtà, di senso, di vita vissuta. Il suo lavoro è cambiare identità, mettere in scena se stesso. Personaggio dopo personaggio, giornata dopo giornata. Costumi, trucchi, vestiti, parrucche: nella sconfinata limousine guidata dall’autista Céline (è Edith Scob, l’attrice di “Occhi senza volto”, cara a quel George Franju che tanto caro è anche a Carax) c’è tutto l’occorrente e la giornata è fitta di appuntamenti. Con l’immaginazione. Dal ricco uomo d’affari che esce da villa Poiret di mattina presto allo sfinito padre di famiglia che rientra nella sua modesta casa a schiera a notte inoltrata, trovando ad accoglierlo una famiglia di scimpanzé. Prima era stato una vecchia mendicante, un attore con tuta da “motion capture” che combatte e fa l’amore virtuale davanti al green screen, una specie di mostro umano che in un cimitero rapisce la modella Eva Mendez impegnata in una sessione fotografica per trascinarla in una grotta dove le cuce addosso un burka, un padre affettuoso alle prese con i problemi della figlia adolescente, un suonatore di fisarmonica in una specie di remake di “Entr’acte” di René Clair, l’assassino di un banchiere, il killer su commissione di un suo doppio, un miliardario morente pianto al capezzale dalla donna diventata ricca grazie a lui (“scusa ma ho un altro appuntamento” le dice poi, dopo essersi alzato, lasciandola alle  sue lacrime).

Come tutti i film straordinari (nel senso proprio letterale: fuori dall’ordinario)  anche “Holy Motors” vale per ciò che non ci fa vedere ancora più che per quello che ci fa vedere. Chi c’è intorno a un Oscar sempre più stanco di un mondo dove le telecamere sono diventate troppo piccole (e di conseguenza tutti possono filmare tutto) e dove non si capisce nemmeno se la morte sia vera o sia finta? Sono tutti consapevoli dell’impostura in cui questo modo zeppo di immagini ma senza più immaginario è condannato? Non lo sappiamo. Le interpretazioni – o messe in scena, o anche performance- di Monsieur Oscar diventano le uniche possibili tracce di realtà, come gli autoritratti urlanti di Arnulf Rainer, come le immagini di Diane Arbus, citata nel film dal fotografo indaffarato con la Mendez: attratto dal “mostro”, commette lo stesso errore che con quell’artista suicida commise Susan Sontag: scambiare la realtà per invenzione, la compassione per piacere. “La fotografia, diceva la Arbus, è un segreto su un segreto. Più ti parla e meno ne sai”. Il film di Carax fa lo stesso. Attraverso le deformazioni cui sottopone il suo attore feticcio Denis Lavant, “Holy Motors” assume il sapore inequivocabile di una riflessione sul cinema tout court, e insieme sulla condizione umana, su cosa possa significare oggi “vedere”, e quindi sentire, in un’epoca spintasi ben oltre la soglia della “riproducibilità tecnica”, in cui ci insegnano solo a guardare, in cui non si capisce più quale sia il vero dolore, se è vero che perfino sulle tombe viene inciso l’invito più diffuso nel suq globale del XXI secolo: “visitate il mio sito”, se è vero che perfino le automobili, di notte, nel garage, riflettono amaramente sulla loro sorte futura… E’ la certezza dell’immaginario, contro l’incertezza della realtà. E non per nulla il film è incastonato, per dire così, in un omaggio alle origini del cinema, con le cronofotografie di Marey, immagini antiche e insieme futuribili, tanto amate anche da Francis Bacon, un artista che come tutti sanno con le deformazioni ha dimostrato di avere sempre una certa dimestichezza…