Al giorno d’oggi è difficile stupirsi di fronte al coinvolgimento politico nel mondo dello sport, basti pensare al Barcelona e all’Athletic Bilbao, squadre che incarnano ideali indipendentisti contro il governo di Madrid, o al Fussball Club St. Pauli di Amburgo, fin dal 1910 promotore di campagne sociali e catalogato tra i club calcistici di estrema sinistra. Ciò che accadde nel 1976 tuttavia non coinvolse il mondo del calcio, ma quello del tennis e in particolare la nazionale italiana alla finale dell’ambita Coppa Davis. La squadra italiana, composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzuti, Tonino Zugarelli e Paolo Bertolucci, aveva già battuto Francia, Jugoslavia, Gran Bretagna e Australia portando a casa ottimi risultati, eppure la sfida più grande fu quella di affrontare l’opinione pubblica italiana e soprattutto quella del governo e del CONI, fortemente contrarie alla disputa della finale, che sarebbe stata giocata a Santiago, capitale del Cile, sotto il regime di Augusto Pinochet.

Nonostante il nostro paese non stesse attraversando un periodo tranquillo – erano gli anni dello scandalo Lockheed, dell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio che aveva partecipato al processo per la strage di Piazza Fontana e dei processi al movimento politico Ordine Nuovo – nei bar, sui giornali e in televisione non si riusciva a parlar d’altro che della finale di Coppa Davis. Vi furono manifestazioni da parte dell’estrema sinistra, la quale appoggiava il boicottaggio della partita, così come avevano fatto altre nazionali, come quella dell’URSS che aveva disertato l’incontro in segno di protesta al regime cileno. Il governo Andreotti taceva a riguardo, lasciando la decisione al CONI. Il Pci era fortemente contrario. Gli italiani se la presero direttamente con Panatta, lanciando lo slogan “Panatta milionario, Pinochet sanguinario!”, tutta Italia remava contro la squadra, eppure questa non mancò di far sentire la propria voce, soprattutto quella del capitano Nicola Pietrangeli, convinto a voler partire e tornare a casa vincitore. La soluzione fu proposta dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, il quale si fece convincere dalla direzione clandestina del partito comunista cileno che riteneva inopportuno continuare con le manovre di boicottaggio, queste, anche se in segno di protesta, sarebbero andate infine a favorire la figura dello stesso Pinochet. I primi di dicembre fu Ignazio Pirastu, responsabile della Commissione Sport della direzione del Pci a parlare direttamente con Pietrangeli dicendogli che qualsiasi fosse stata la loro decisione, gli italiani avrebbero sempre tifato per loro, Berlinguer non avrebbe mai ritenuto giusto lasciar vincere la Davis al regime di Pinochet.

Il 17 dicembre l’Italia arrivò in Cile, lo stadio non aveva neanche un posto libero, Panatta raccontò successivamente che la loro scorta era numerosissima, che fu impossibile parlare con lo staff dello stadio né con i ragazzi dell’albergo, tutti avevano paura. Il clima non era affatto rilassato, ma ciò non impedì a Panatta di proporre al compagno Bertolucci di indossare durante il doppio non la classica maglietta bianca o azzurra ma una maglia della “Fila” rossa, come provocazione. Il giorno del doppio fu come in ogni torneo il giorno dello scambio dei gagliardetti, dell’intonazione degli inni nazionali, e i due tennisti italiani giocarono i due primi set indossando il colore storico della sinistra, in un paese dominato da un regime dittatoriale di destra. Ovviamente Pinochet non assistette alla partita, ma sugli spalti erano presenti vari ufficiali del regime, tra cui anche Gustavo Leigh Guzman, comandante della Fuerza Aerea de Chile che prese parte al golpe che rovesciò Salvador Allende nel 1973. Dopo gli altri due singoli che videro Panatta vincere su Fillol e Zugarelli su Prajoux, la squadra italiana tornò in patria vincitrice della sua unica Coppa Davis.