di Artin Bassiri Tabrizi

Chi è il dissidente ? Etimologicamente, è « colui che discorda », colui che è distante. Questa definizione ricorda molto un passaggio di Prismi di Adorno, in cui egli afferma che « il critico dialettico dovrebbe allo stesso tempo partecipare e non partecipare alla cultura » . Nella società odierna, non c’è spazio per l’intellettuale, ed è proprio per questo che la sua presenza è ancora più necessaria.

Per rendersi conto del radicale cambiamento che la figura dell’intellettuale subisce soprattutto nell’ultimo secolo, il testo di Bauman La decadenza degli intellettuali offre numerose chiavi di lettura. Vi è infatti, un progressivo allontanamento dell’intellettuale dalle folle, con cui prima aveva lottato ; il proletariato era stato “investito” della missione comunista, ma dopo il suo fallimento l’intellettuale ha instaurato un processo di progressiva indifferenza nei suoi confronti.

Dalla figura dell’ engagé siamo giunti alle marionette del governo, i burattini del sistema capitalistico, che mercificano loro stessi cercando di essere “alla moda” .La grande trasformazione che l’intellettuale ha subito è dovuta, in primo luogo, alla progressione inarrestabile della macchina capitalistica che lo ha inglobato al suo interno. Cornelius Castoriadis dice a proposito che persino la rivolta contro il capitalismo è prevista e creata dal capitalismo stesso. Non esistono più i dissidenti, coloro che, nell’apparente quiete smuovono le acque con il loro vociare impetuoso ; oggi si hanno solamente voci stridule, schiave di denaro e ideologie.

Il controllo, da parte del sistema, è diventato talmente forte e onnipresente che a stento si riesce anche solo ad immaginare una figura che possa resistere a tutto ciò, che possa scostare delicatamente le tenaglie che il sistema gli tende ; a tal proposito, è sicuramente illuminante l’intervista di Michel Foucault a Gilles Deleuze del 4 Marzo 1972, chiamata poi “Gli intellettuali e il potere”:

 “Ora, ciò che gli intellettuali hanno scoperto dal movimento recente [Foucault si riferisce al ’68], è che le masse non hanno bisogno di loro per sapere ; loro sanno perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro ; e lo gridano anche. Ma esiste un potere che sbarra, vieta, invalida questo discorso e questo sapere. […]potere che s’addentra molto profondamente tra tutte le reti della società. Loro stessi, gli intellettuali, fanno parte del sistema del potere[…]. Il ruolo dell’intellettuale non è quello di spostarsi “un po’ più avanti o un po’ più di lato” per dire la verità muta di tutto ; quanto piuttosto di lottare contro le forme di potere laddove questo non è a sua volta l’oggetto e lo strumento[…].”

 L’intellettuale deve smascherare il potere, farlo emergere laddove esso è meno visibile e più insidioso ; Deleuze dice, nella stessa intervista, che non c’è più la teoria, c’è solo l’azione. E lo stesso Foucault asserirà, in una conferenza in Giappone nel 1978, che non si è radicali con le parole, con i libri, ma solo con le azioni, con l’esistenza.Tutto ciò rappresenta, forse, la fine della figura dell’intellettuale di un tempo, di colui che, in fin dei conti, non si sporca le mani ; di quale individuo abbiamo bisogno? Sicuramente, non di colui che propone una verità rapida, non ragionata, non discussa :

 “« Il ruolo di un intellettuale non è di dire agli altri quello che devono fare […] Il lavoro di un intellettuale non è di modellare la volontà politica degli altri; è, con le analisi che opera nei campi di sua competenza, di reinterrogare le evidenze e i postulati, di scuotere le abitudini, le maniere di fare e di pensare, dissipare le familiarità ammesse, di riprendere la misura delle regole e delle istituzioni e, a partire da questa riproblematizzazione (dove gioca il suo mestiere specifico d’intellettuale) di partecipare alla formazione di una volontà politica (dove ha il suo ruolo di cittadino da giocare) ».

 Precisamente, è la problematizzazione il compito dell’intellettuale (Zizek) ; e non è detto che colui che solleva sappia anche risolvere. Egli può sabotare i discorsi – perché, dall’ordine del discorso non si può uscire – e farli autodistruggere dicendo, con il discorso stesso che è potere, il problema.

Dicendo il problema, si dice il potere con il potere, e il processo di critica (l’unico possibile) ha inizio. E, soprattutto, l’intellettuale dissidente capisce che egli non è solo nella sua lotta, perché, come dice Deleuze, “solo il problema è universale” .

È possibile credere al ritorno di una figura del genere?