Quel servo a cui l’uomo tiene tanto, tanto da legarlo a sé come una catena, una catena che prende sempre di più le forme della schiavitù dando vita ad una schiavitù inversa. E’ l’uomo a diventare schiavo di qualcosa di esterno, del cuore d’insetto che tiene nel taschino, terrorizzato all’idea dello smarrimento. Ma è proprio il fatto di trovarsi a Roma che salva Levi dalla mancanza dell’orologio. Il tempo personale di Levi non si ferma, perché si trova a Roma. Il sogno che ha avuto a Roma (ma il sogno non può certo essere ambientato a Roma, infatti nel sogno Levi si trova a Torino, sua città natale) è il vessillo di quella paura, ed è Benedetto Croce nel suo tribunale l’autorità a cui rivolgersi, il Cola Pesce dei filosofi e Virgilio napoletano, per determinare il possesso del proprio orologio. Ci si rivolge alla linearità storica, e si fa di tutto per essere sicuri che nessuno possa privarci del dominio dell’orologio, anche ricorrere alla mozione degli affetti.
L’orologio rappresenta il tempo degli adulti, dell’introduzione al mondo del lavoro, non quello Contadino però. I Contadini dell’orologio possono farne a meno secondo Levi.
Levi si è privato da tempo della sua catena, a Roma vi arriva senza. Sempre a Roma ricorda ancora la sensazione del ticchettio del tempo biologico, quello più intimo e personale.
Baudelaire aveva già individuato l’aspetto terrificante dell’orologio, ‘’implacabile e sinistro’’, minaccioso e terrificante, con la sua ‘’voce d’insetto’’ ricorda di essere l’Appena-stato, ricorda di essere lo strumento che prosciuga la vita, ticchettio dopo ticchettio. L’orologio non riposa, il suo è un tempo senza esitazioni, senza riposo, senza angoscia, è necessario che sia così, che sia impassibile di qualsiasi emozione, a differenza di quell’orologio naturale e biologico che è il cuore. Esistono due ritmi diversi, due ticchettii, uno nel taschino e uno nel corpo, uno che è impossibilitato a cambiare,servo del suo ritmo; l’altro che cambia a seconda del periodo di vita, della quantità di lavoro delle cellule, dei battiti del cuore. Levi ricorda la percezione del tempo biologico, del tempo personale che apparteneva all’infanzia, e in cui si immergeva nel letto della madre da bambino : ‘’Era qualche cosa di assolutamente ineffabile. Come potrei descriverla, non era né una figura, né un’ immagine, né un odore, né una musica, né nulla che appartenesse a un senso o che avesse un senso: ma forse era il senso stesso dei sensi, come un ritmo senza suono, un’ onda immateriale oscillante, il pulsare di un sangue invisibile, pieno insieme di un’ infinita attrazione e un’ infinita angoscia. […],una sospensione indeterminabile; […] Terribile più di ogni altra cosa al mondo, beatificante più di ogni cosa al mondo, potere assoluto ed arcano.’’ 
Nella stessa pagina Levi continua a descrivere la sensazione del riuscire a percepire il proprio tempo, in una sorta di incontro con sé stesso, e sente che a differenza dell’orologio quello è un ticchettio irregolare e infinito, immagine pura di un fluire eterno, nell’eterna potenza, era il tempo stesso.’’ Il tempo stesso non è quello dell’orologio, ma quello del corpo. Non esiste un unico tempo, ognuno ha il suo. Un tempo lunghissimo, fermo e pieno di cose, quasi eterno come quello del Paradiso Terrestre, mito dell’infanzia e dell’eternità.