‘’ Il corpo dell’Italia pestato dalle bombe e dagli eserciti, dissanguato dalla guerra, tornava a respirare; un sangue nuovo e imprevedibile circolava , in milioni di corpuscoli che trascinavano dappertutto, nei modi più loschi e illeciti, un ossigeno necessario. Non si era mai viaggiato tanto, quando tutto era in pace e in ordine, le rotaie intatte, i treni correvano portando la gente alle villeggiature e alle adunate, e soprattutto, strano miracolo che per tanto tempo aveva riempito i milioni di cuori di un dolce senso di gloria, consolandoli dei peggiori mali, arrivavano in orario. La nuova razza di viaggiatori, spuntata d’incanto da tutti i villaggi e da tutti i mercati, non aveva orario: andava, come una mobile genia di uccelli,affidandosi al vento e alla fortuna.’’

Questo breve estrapolato dal capitolo XI fa capire come la riflessione sul tempo di Carlo Levi non poteva esserci se non in quegli anni, se non a Roma. La guerra ha interrotto il tempo storico, e nel resto dell’Italia le persone tentano di riprenderlo, viaggiando più di quanto non si fosse fatto precedentemente.

Le vicende dell’ ‘Orologio’ avvengono tutte tra la rottura dell’ Omega regalatogli dal padre e l’eredità dallo zio Luca, suo padre metaforico, di un orologio in tutto e per tutto simile a quello del padre. L’ ‘Orologio’ si rivela quindi un’ opera circolare, esattamente come lo scorrere delle lancette, ma la circolarità del libro non è sterile, meccanica o anonima come quella automatica di un orologio, ma è fatta propria da Levi, resa costruttiva, tra il riaffiorare dei ricordi della permanenza a Roma e la sua impossibilità di adeguarsi allo scorrere del tempo storico : a Roma gli orologi non resistono, si rompono, pochissimi sanno ripararli, e chi ci riesce è ‘deforme’, innaturale. Se si portano a riparare, neanche un attimo e si perde la ricevuta. Ma Levi, dopo nemmeno due giorni che si trova fuori dalla capitale, riceve un nuovo orologio.
‘’Essi (gli orologi) sono quasi sempre un regalo, e un regalo importante, del Padre, o del Nonno, o dello Zio, in un’ occasione importante, nel momento più decisivo della vita, quello in cui il giovane entra nel mondo, acquista la sua autonomia, si stacca dal passato, dalla sicurezza indistinta del tepido clan familiare, per cominciare a percorrere il proprio tempo personale. E’ allora che si riceve dal Padre l’orologio che ci seguirà per sempre, che seguirà tutte le nostre ore, attaccato alla sua robusta catena d’oro perché non si perda, perché non si smarrisca. Così, legato come un servo, egli comincerà la sua vita nella liscia oscurità del taschino, appiattato e nascosto nel buio come un cuore d’insetto, un cuore senza intermittenze, spietato, che non pompa nelle vene il caldo sangue, ma che batte tuttavia come una essenza intellettuale e senza corpo, e tirannico cerca di trascinare con sé il nostro cuore.’’
Che il tempo meccanico e invariabile si trova al di fuori di noi se ne ha la prova con il fatto che esso non è qualcosa di naturale, ma di artificiale, e che viene donato solamente a un certo momento della vita, quello in cui si entra nel mondo degli adulti, in cui la fantasia rischia di scarseggiare e l’attività intellettuale di seguire quel monotono ritmo che dovrebbe esserci di aiuto, come un servo, che ci favoreggia in alcune situazioni, finché il suo ticchettio non si evolve, il ritmo non cambia mai, ma sembra aumentare l’intensità, e quella catenina d’oro pare diventare ad ogni ticchettio ed ogni movimento delle lancette sempre più pesante, e stretta, proprio come se l’orologio , dalla sua oscurità, dal suo pulsare come un cuore d’insetto, qualcosa di freddo, volesse inghiottire il caldo e rosso cuore, ritmo del tempo naturale che Martino (alter-ego dell’ intellettuale ‘Bobi’ Bazlen) chiama tempo biologico, scandito dall’ attività cellulare e fisiologica dell’organismo, che muta continuamente dalla giovinezza alla vecchiaia, assumendo presso la nascita e la morte la funzione di unico portale in grado di farci immergere nell’ eternità.