di Fabrizio Maggi

 

Un allevatore tedesco di maiali ha aperto le porte della sua “fattoria” alla troupe di Presa Diretta nella puntata andata in onda a marzo di quest’anno.
Visto dall’esterno l’allevamento ha tutta l’aria di un capannone industriale: un corpaccione rettangolare unico di cemento armato. Non è l’unica sorpresa che presenta il ciclo di produzione della carne frutto degli allevamenti intensivi.
I maiali vivono stipati in una stanza in cui riescono a malapena a muoversi; non vedono mai la luce del sole e l’unica cosa che possono fare è mangiare a più non posso. L’immobilità forzata accelera la crescita: dopo soli 6 mesi vengono macellati, mentre in un allevamento ordinario il tempo richiesto sarebbe all’incirca il doppio. In una camera apposita si trovano le scrofe: vengono inseminate tutto il giorno con l’utilizzo di una spingarda per aumentare il numero di parti. Alla nascita dei piccoli, la mamma viene trasferita insieme a loro in un’altra area. In questa zona due sbarre di ferro poste sui fianchi le impediscono ogni movimento; ammassati gli uni sugli altri in uno spazio angusto, i maialini lottano per succhiare il latte dalle mammelle.

La stessa sorte tocca agli 8 milioni di galline allevate in Emilia Romagna (se si prende in considerazione il dato nazionale, il numero sale a 40 milioni). Nel capannone-incubatore vengono fatti nascere i pulcini, bombardati da 18 ore di luce artificiale al giorno per spingerli a ingozzarsi. I maschi, incapaci di produrre uova, vengono inseriti in una macchina e tritati. Vivi. I sopravvissuti alle malattie e alla selezione umana vengono trasferiti nell’allevamento e stipati in gabbie. Per impedire il cannibalismo viene loro troncato il becco. La densità delle galline è di 18 per metro quadrato. La luce è ovviamente artificiale.
Il risultato finale è la perfetta “macchina da uova”, un animale in grado di produrre fino a 300 uova all’anno.
In natura la longevità delle galline si attesta intorno ai 10 anni, negli allevamenti vengono macellate dopo un anno e mezzo e trasformate in carne di seconda scelta. I rigidi standard produttivi imposti dal mercato impongono la sostituzione immediata degli esemplari che non tengono il ritmo: negli allevamenti intensivi gallina vecchia non fa buon brodo.

Gli animali, inseriti a forza nel ciclo produttivo, vengono spogliati del diritto ad un’esistenza dignitosa e ridotti alla stregua di inerti materie prime. Come l’acciaio o il rame, acquisiscono rilevanza solo in relazione all’uso che ne facciamo; non vengono riconosciuti come portatori di esigenze da rispettare. Tutto viene modellato per accelerare la resa produttiva e il profitto sovverte le gerarchie ecosistemiche. Rigorosamente al riparo dalle fragili menti dei consumatori finali: meglio non urtare i possibili residui di sensibilità umana.
L’unico rapporto che abbiamo con il cibo è quello relativo alle confezioni che lo contengono.

Per avere un’idea dei numeri che ci sono dietro, basti pensare che il consumo di carne nel mondo fino agli anni 60’ ammontava a 71 milioni di tonnellate l’anno; nel 2007 si attestava a 284 milioni di tonnellate. Henning Steinfeld della Fao prevede che nel 2050 salirà a 600 milioni di tonnellate. E l’impatto ambientale segue come diretta conseguenza: per ottenere un solo chilo di carne bovina servono dai 700 ai 15.000 litri di acqua e si producono 16 kg di CO2. Gli allevamenti producono il 65% degli ossidi di azoto delle emissioni mondiali, a cui vanno aggiunte il 37% delle emissioni di metano, potente gas serra, e il 64% di quelle di ammoniaca, che contribuisce alla formazione di piogge acide.

La produzione di carne è l’apoteosi dell’inefficienza in termini di bilancio energetico: l’uomo assimila una frazione dell’energia solare assorbita e trasformata dalle piante che non supera il 5%; nei bovini le cose non vanno meglio, di 1000 calorie vegetali un erbivoro riesce a produrne 100 utili all’uomo. Per produrre un chilo di carne bovina ne occorrono 8 di cereali.
Roberto Rizzo ha sollevato la questione nel suo volume “Come salvare il pianeta senza essere superman”: un ettaro di terra coltivato a patate, carote, riso o grano è in grado di sfamare 20 persone; se la stessa superficie viene coltivata per produrre mangime destinato ai suini o ai bovini, il numero si riduce a 3. E l’allevamento di carne copre l’80% della superficie mondiale di terre coltivabili. E’ facile intuire che mangiare meno carne (e allevare meno animali) aumenterebbe la quantità complessiva di cibo a disposizione degli abitanti della terra.
Mangiare meglio, mangiare meno, mangiare tutti.

 

Riferimenti

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e0c9c329-5b48-41ab-a2de-1b56d39a583c.html#p=0

https://www.youtube.com/watch?v=I1STdr4Y3l8

Davide Ciccarese, Il libro nero dell’agricoltura

Fao, Livestock’s Long Shadow, Environmental Issues and Options, 2006

Frances Moore Lappè, Diet for a small planet

J. Philipson, Ecological Energetics

A. Franceschini, RIpendiamoci la terra