di Fabrizio Maggi

 

C’è una scena che si ripete tutte le mattine nelle più grandi metropoli indiane. Verso le 6 gruppi di indiani che abitano negli “slums”, un nome come un altro per definire le baraccopoli, si radunano nelle strade muniti di contenitori di ogni genere: taniche di benzina, secchi metallici, cilindri di latta, vecchie bottiglie di detergente. AI loro piedi tubi di ogni forma e dimensione. Attendono le autobotti inviate dal gestore idrico municipale. All’arrivo dell’autocisterna si affollano intorno al portellone posto alla sommità e infilano freneticamente i tubi di cui sono in possesso; dall’altro lato del tubo qualcuno aspira in attesa che si avvii l’effetto sifone e l’acqua cominci a fluire nei contenitori. Le taniche e le bottiglie sono sporche, i residui presenti finiscono per contaminare l’acqua; lo stesso vale per i tubi impolverati che si trovano a terra.
Una volta conclusa l’operazione, un componente della famiglia rimane a sorvegliare i contenitori riempiti mentre un altro fa la spola dalla strada all’abitazione per trasportare il prezioso carico.
Milioni di indiani sono costretti al rituale mattutino di raccolta dell’acqua, rituale che impedisce loro di andare a lavorare, di mandare i figli a scuola, di dormire a sufficienza e di godere di buona salute. Solo il Delhi Jal Board, gestore municipale della zona di Delhi, distribuisce acqua con le autobotti a 2 milioni di persone.
Nei villaggi lontani dai centri abitati il compito è affidato alle donne. Il Census of India registra che 32 milioni di famiglie (170 milioni di persone, il 17 per cento del paese) attingono l’acqua da lontano, ovvero ad una distanza di almeno 1 km tra andata e ritorno. Le ragazze dei villaggi indossano sulla testa un “eendhi”, un anello di tessuto intrecciato grande come una ciambella, e dopo aver poggiato su di esso un contenitore si avviano verso il pozzo più vicino. I contenitori utilizzati contengono mediamente una decina di litri e spesso ogni donna ne impila due sulla testa, uno sopra all’altro, per ottimizzare il viaggio. E’ tutt’altro che raro incontrare esili figure di 40 chili che ondeggiano sotto il peso di un carico quasi equivalente al loro peso.

Per i ricchi le cose non vanno tanto meglio. La sola idea di un servizio idrico disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, in India è inconcepibile. Nella migliore delle ipotesi, l’acqua è disponibile per un paio d’ore a giorni intermittenti. Tutti gli abbienti sono in possesso di una cisterna e di una pompa: il sistema sarebbe illegale ma la sua diffusione è garanzia di impunità. Quando l’acqua scorre nelle condutture le pompe entrano in funzione e convogliano quanto più liquido possibile nelle cisterne annesse alle case. L’accumulo in vista di un futuro utilizzo è l’unica opzione disponibile.
Le condutture del servizio idrico e quelle del sistema fognario scorrono spesso parallele l’una all’altra: la pressione costante fornita da un acquedotto di tipo occidentale renderebbe eventuali contaminazioni altamente improbabili ma qui i tubi degli scarichi sono sempre pieni mentre quelli dell’acqua no. Le pessime condizioni in cui versano le condutture favoriscono il gocciolamento dei fluidi diretti alle fogne nelle tubazioni destinate all’acqua potabile. L’acqua che fuoriesce dai rubinetti, che è stata raccolta nelle cisterne, emana spesso un odore pestilenziale. E’ indispensabile ricorrere ad una macchina ad osmosi inversa che purifichi l’acqua prima di berla o usarla per cucinare.

Il più grande fiume indiano, il Gange, e uno dei suoi principali affluenti, lo Yamuna, sono inquinati al di là di ogni possibile immaginazione. Basta osservarne il colore terreo. Per gli standard indiani, poco restrittivi, l’immersione in acqua è possibile quando ci sono fino a 500 batteri per 100 ml.  Secondo il Centre for Science and Environment indiano, a metà del suo cammino verso Delhi 100 ml d’acqua dello Yamuna contengono 10 milioni di batteri, che in alcuni tratti arrivano a 100. Una sola goccia d’acqua del fiume sarebbe in grado di contaminare sei vasche da bagno riempite fino all’orlo. La pietra tombale la pone lo stesso CSE: “Il fiume è inadatto a qualsiasi attività umana.”
Ogni ora muoiono 40 bambini al di sotto dei 5 anni per via dell’acqua infetta. Un documento presentato dal “The Energy and Resources Insitute” ha quantificato l’impatto della dissenteria sull’economia indiana in 90 miliardi di rupie all’anno, ovvero 2 miliardi di dollari. Il 2 per cento del PIL.
Eppure gli sversamenti tossici nei fiumi non si arrestano e le autorità non si preoccupano minimamente di migliorare la qualità delle acque con sistemi di depurazione. A fornire una chiave interpretativa ci pensa Praveen Aggrawal, general manager di Coca-Cola per gli affari generali e la sostenibilità per l’India e il Sud-Asia: “Per noi, l’acqua è un generoso dono degli dei. Non la si può mercificare. Per la maggior parte delle persone l’acqua è sacra. Come può il capo di un’azienda che considera lo Yamuna sacro scaricarci dentro  i rifiuti tossici? L’acqua che esce dalla fabbrica piena di acidi e tossine va verso gli dei. Sono loro a esserne responsabili. Non c’è un collegamento emotivo tra le due cose.” Se l’acqua è sacra, è anche immune a qualsiasi fonte di inquinamento. Le abluzioni nel fiume sacro garantiscono l’accesso al paradiso, come può una divinità essere danneggiata dalle tossine?

All’India non mancano le risorse, sia umane che economiche, per affrontare con risolutezza il problema dell’approvvigionamento idrico. Il grosso ostacolo è costituito dal modo di rapportarsi all’acqua: ci si è abituati alla mancanza di un servizio H24 e alla pessima qualità, sono in pochi a interrogarsi su un possibile cambiamento.
Noi occidentali possiamo comunque trarre una lezione dalla vicenda: crescere del 7% l’anno, come l’economia indiana, non ha alcun senso se non si migliorano i servizi di base, se non si riesce a garantire una vita dignitosa alla stragrande maggioranza della popolazione. I beni comuni sono di tutti, perciò spesso finisce per non occuparsene nessuno.