Inception, settima opera (escludendo i primi tre cortometraggi) di Christopher Nolan, noto al grande pubblico principalmente grazie alla trilogia de Il Cavaliere Oscuro, rappresenta con ogni probabilità l’apice della concezione di cinema portata avanti dal regista britannico. In questo film, come d’altronde in tutti gli altri lavori, escludendo forse Memento e Insomnia, la messa in scena adottata da Nolan è profondamente riconoscibile nella sua maestosità e nella sua maniacale attenzione ai dettagli. Registicamente si osa raramente, optando spesso per uno uso della macchina da presa molto scolastico, particolarmente attento e rispettoso di una certa estetica ben definita. Proprio da questo punto di vista Inception è probabilmente uno dei film che più “osano”, per quanto possibile, tra quelli presenti nella filmografia di Nolan. Pur trattando un tema come quello del sogno, il film riesce con maestria a non banalizzarlo né a sminuirlo, ma anzi a far aderire perfettamente quest’ultimo con una certa dimensione di modernità. Per modernità si vuole intendere anche una modernità di tipo visivo, che risente indubbiamente della sontuosità de Il Cavaliere Oscuro, dove l’architettura degli ambienti e la loro imponente presenza diventano caratteristica di una grandezza assolutamente ricercata. Inception riesce ad affrontare temi fantasiosi in maniera esclusivamente terrena, senza mai chiamare in causa energie o dimensioni inverosimili, ma anzi riuscendo nell’apprezzabile intento di rendere il viaggio nei sogni qualcosa di quantomeno plausibile.

Quando Nolan affronta temi fantastici, come anche in The Prestige, è sempre premuroso nel cercare di renderli verosimili, per potervi applicare la sua grande padronanza di stile, legata inevitabilmente ad una certa materialità. Inception ha il grandissimo pregio di non perdersi in deliri visivi di pessimo gusto alla Aronofsky (The Fountain) pur affrontando un tema difficile da rendere in maniera così concreta. I luoghi dei sogni dei protagonisti non sono in nessun caso luoghi dove il dominio viene lasciato alla pura fantasia, né luoghi dove vanno a crearsi dimensioni totalmente astratte, bensì luoghi dove regnano il reale e il contemporaneo, ma che allo stesso tempo risentono dell’influsso della mente e dell’inconscio. Nei sogni non ci saranno mai creature fantastiche o metaforiche, ma persone e situazioni che hanno segnato in qualche modo i sognatori. Nella fase dell’inseguimento in città, l’elemento perturbante è rappresentato da un treno che improvvisamente irrompe in un contesto cittadino, ma la città non è una città qualsiasi, è la dimensione della modernità/città come la immagina Nolan, rappresentata sempre in maniera maestosa e profondamente tenebrosa.

Le città di Nolan sono luoghi freddi e quasi mai brulicanti, delle arene dove si svolgono scontri tra forze metaforiche. Pur rimanendo un film d’azione, Inception mantiene in tutti i suoi 148 minuti, mai pesanti, una classe, una personalità ed un tocco che innalzano Nolan ad uno dei pesi massimi del moderno cinema mainstream. Pur essendo un prodotto nato per la grande distribuzione il film rimane pregno di una certa intellettualità visuale e di un certo (adorato) ordine. Nolan non fa piroettare la macchina da presa, non ribalta inquadrature, non ama usare trucchi particolari, si fa portatore di un approccio alla lavorazione cinematografica che è grande commistione di mezzi classici e moderni, senza mai esagerare né con gli uni né con gli altri. Il protagonista è, come al solito, ma in questo caso non è assolutamente una critica, l’eroe classico che deve battersi per riconquistare qualcosa di perduto.

Nolan ha il non scontato pregio di utilizzare personaggi e temi non particolarmente innovativi, ma di aggiungervi in ogni caso notevoli dosi di profondità e dialogo, elementi da troppo tempo dispersi nel cinema di questo genere, ma oggi più che mai necessari. Christopher Nolan non ha sicuramente rivoluzionato il cinema, perchè ormai non c’è più nulla da rivoluzionare, ma ha indubbiamente il grandissimo merito di fare scuola (Skyfall) e di essere, nel cinema commerciale, uno degli ultimi portatori di uno stile riconoscibile e assolutamente invidiabile.