Fanno da terzo libro, o da appendice, le dodici poesie italo-friulane pubblicate da Pasolini tra il 1973 e il 1974, raccolte assieme a “La meglio gioventù” e “Seconda forma de La meglio gioventù” nel 1975. Queste poesie non c’entrano nulla col resto -parola dello stesso Autore- se non forse per l’uso, frammentato, della lingua friulana. Qui, forma e contenuto, italiano e dialetto, slancio e rassegnazione, sono in costante rapporto schizofrenico che va ben oltre all’ossimoro. Definiscono per contrari. La sostanza non è più doppia, è lo stesso doppio a diventare sostanza facendo coabitare gli opposti (convivano infanzia e maturità [..] grazia e dolore). Pasolini, nel suo ultimo anno di vita, sa che non potrà vedere la rivoluzione culturale sperata; queste dodici poesie sono un testamento gettato nel mare in burrasca, l’ultimo folle gesto di chi muore ma vorrebbe solo correre, di chi piange ma vorrebbe solo cantare (Prenditi / tu, sulle spalle, questo fardello. / Io non posso: nessuno ne capirebbe / lo scandalo).

Nella poesia “Significato del rimpianto”, Pasolini si domanda perchè mai dovremmo aiutare i nemici di classe a risolvere i loro problemi. Nei primi anni ’70 il Boom conosce la prima battuta d’arresto, il costo dell’energia schizza alle stelle, l’inflazione aumenta ed è accompagnata dalla stagnazione economica (Noi dovremo dargli una mano?). La domanda buca la pagina. Se i signori, gli stessi signori che hanno fatto mutare le scelte e le abitudini del popolo, non riescono più a mantenere e portare a compimento il loro progetto, perché i comunisti dovrebbero aiutarli nella borghesizzazione del mondo? Aiutare lo sviluppo capitalistico equivale a rassegnarsi a questa realtà (a credere che quella loro realtà / fosse quella di tutto il futuro). I problemi del capitalismo sono la questione ecologica, la salute, l’istruzione e la vecchiaia. Domandarsi se occorre farsi carico di questi problemi mina la stessa idea di democrazia, quale è conosciuta dal secondo dopoguerra. Pasolini piang(e) un mondo morto, sa che il popolo non ha la forza per una rivoluzione e che si è venduto il sorriso per l’ansia di star bene e nel più breve tempo.

In “Poesia popolare” il popolo ne è solo titolo e oggetto. Pasolini parla a se stesso, al Partito Comunista e agli intellettuali di sinistra. Il dubbio si accompagna all’imbarazzo della propria lucidità: Ci siamo sbagliati credendo che fosse / impossibile che gli uomini potessero cambiarsi / così in così poco tempo, che i ragazzi / crescessero, in così poco tempo, così votati / a un nuovo destino. Pasolini non si capacita di come sia stato possibile un tale cambiamento antropologico e tutto solo per mille lire di più in saccoccia. Non riesce a rassegnarsi al fatto che il popolo, che lui tanto ama, non è più un popolo di santi bensì è diventato un popolo di stupidi (della santità non è rimasto più niente). Il proletariato non capisce che l’illusione del maggior benessere economico porta con sé un compromesso diabolico (i soldi del giorno della vostra fine) nè che i primi a godere la crescita della ricchezza sono i ricchi. Tuttavia l’appello è rivolto ancora a loro, allo stesso popolo corrotto. Egli si augura che questo cambiamento non sia tutta la nuova storia e come prova delleproprie speranze aspetta una rivoluzione. Se il popolo saprà tornare indietro significa che non si era corrotto per sete di benessere bensì per santa rassegnazione e, secondo Pasolini, solo chi sa rassegnarsi sa anche ribellarsi.