Inseguono il business ma predicano la life street, ammirano l’America ma difendono i loro quartieri, predicano la pace ma si fotografano col “pezzo” di ferro. Chi sono i rapper italiani? La loro è musica? È poesia? È una via di mezzo? E soprattutto, sono o no una (sub)cultura? In Italia tutto comincia con i Sangue Misto – che poi sarà solo Neffa, il “traditore” – gli Articolo 31 con Strade di città, sarà la volta di Bassi Maestro, Frankie Hi-Nrg, lo stesso Jovanotti, i Club Dogo (da raccordo sino ad oggi) G-Max dei Flaminio Mafia, Piotta (come dimenticare il Super-Cafone di Roma) fino a Mondo Marcio, Marracash, Emis Killa e via discorrendo. Ognuno con il suo flow, il suo stile, il suo quartiere-città: Inoki a Bologna, Marracash alla Barona di Milano, la Roma coatta e violenta dei Truceklan, la Napoli-Scampia dei Co’sang, ripresa ultimamente come sound della serie Gomorra. Sono pezzi, spaccati, istantanee di una Italia sub-urbana, sovrappopolata, caotica, depressa, dimenticata. Sono i graffiti che parlano della street-art, sono i muri della stazione Tiburtina a Roma, sono i contest della Torino moderna e operaia in cui giovani di tutte le strade si sfidano a colpi di microfono.

Il rap italiano è anche questo e ha origini lontane, in almeno due generazioni che guardavano all’America dei Run DMC con le mistificazioni soul e r&b dei Fugees, una scena che dagli anni 80’ in poi ha portato in Italia l’Old School, quella di Neffa e compari, manco a dirlo. Come si è arrivati a Fabri Fibra? Come si è arrivati a Emis Killa e ad altri bamboccioni post-moderni che poco hanno a che fare con la strada e con l’arte di scrivere versi in metrica? Quando ciò avvenne sul finire degli anni 90’ in America, le grosse major trasformarono i vari Eminem, 50 cent, Snoop Dog, in “marketing”. Il famoso “show biz”. Prodotti da cento milioni di dollari, altro che poeti… la magia del lose yourself è finita nel pozzo dei desideri di Goldman Sachs e altri grandi fondi per azioni trade… E in Italia? Più o meno la stessa cosa… gli Articolo 31 scoprirono il rock – con pessimi risultati della contaminazione forzata – Neffa scoprì il pop leggero, Jovanotti il beat elettronico e i Club Dogo insieme ad altri (Fish, Tormento, Fabri Fibra e molti big della scena milanese) scoprirono il sound club, in da club, per citare fifty. Non era più importante “cosa dire” ma “come far soldi”.

E allora ecco la farsa del rapper mafioso, pusher, spacciatore a tempo pieno, fissato con le moto, le donne facili, la droga di ogni tipo, le discoteche… insomma roba che col rap – inteso come arte da strada che prende dei versi e le mette su un beat in loop – non ha più nulla a che vedere. È uno show, lo show biz. Probabilmente la stessa differenza che intercorre tra Wrestling e Boxe. Nella prima contano gli effetti, nella seconda i pugni ben assestati. La tecnica di fingere contro la tecnica del flow. Che importa il contenuto quando è il contenitore che fa soldi?? I ragazzini che ascoltano le rime, poco si soffermano sul “senso” e quelli che per la maggiore imparano i ritornelli a memoria preferiscono “ballare” il rap piuttosto che interpretarlo. E la poesia di Tupac? Cos’ha da dire oggi un rapper oltre cattive parole usate tra un gang slang e un bang rap?!

Quello che poteva divenire una poesia da strada – un po’ come Bukowski e il neorealismo fecero per la letteratura – è divenuto un eco piatto di tatuati che inseguono lo show e i riflettori (cosa che in Italia è più ciclica del capitalismo Marx-Marcuse). Adorno parlerebbe di industria culturale. Ma questa non è un’industria, è una holding. E di culturale ha davvero ben poco. Eppure in mezzo alla liquefazione dell’arma rap ci sono quei testi intramontabili entrati nell’immaginario collettivo, come Frankie Hi.Nrg che con la sua “Quelli che ben pensano” ha riscritto un genere ispessendolo di riflessioni quasi filosofiche (“sono intorno a noi in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcoli…”) Veri elogi allo squallore metropolitano, all’ipocrisia incontrista del borghese ciarlatano. Metriche e poesie che ritroviamo nel progetto Roccia Music di Marracash con chiari riferimenti all’albatro goffo di Baudelaire. Il rap come arma, non al servizio dei camorristi o di pseudo mafiosi-gorilla più pirandelliani che americani, può essere usato con dovizia come forma di cultura sub-urbana neo-realista a disposizione dei più giovani e delle classi meno agiate, come mezzo di espressione per riprendersi pezzi di rivincita contro i ‘ben pensanti’, contro gli scemi e le scimmie della metropoli, sempre pronti a ripetere i loro gospel meccanici in un loop psichedelico fatto di danaro, danaro e ancora danaro…