di Fabrizio Maggi

 

L’accusa più frequente mossa agli ecologisti è di far appello a slogan retorici, delineando di fatto una forma alternativa di integralismo oltranzista.
Su un punto si può concordare: i continui richiami ad una missione “salvifica” di cui l’uomo deve farsi carico per salvaguardare il destino del pianeta è fuorviante. Ad essere in pericolo non è la sopravvivenza della terra ma quella della nostra specie.

Dall’alto dei suoi quattro miliardi e mezzo di anni, la Terra ha conosciuto eventi catastrofici che siamo a malapena in grado di immaginare. I suoi primi 100 milioni di anni di vita, ad esempio, sono stati caratterizzati da un costante bombardamento di asteroidi e meteoriti tanto potente da spazzare via l’atmosfera, che necessitava ogni volta di essere ricostituita. Giunto alla metà della sua esistenza, il “nostro” pianeta se la caverà egregiamente anche senza di noi, pur se appesantito dalle ingombranti alterazioni che abbiamo provocato; la sua “terza età”, della durata di circa un miliardo di anni prima di essere inghiottito dal sole, sarà caratterizzata dalla totale assenza di forme di vita, dovuta alle condizioni avverse causate dall’ingigantimento della stella al centro del nostro sistema solare.
A fronte di numeri ed epoche capaci di farci girare la testa, Martin Rees, astrofisico di fama internazionale, scrive nel suo libro “Il secolo finale” che se concentrassimo la storia della vita sulla Terra in un filmato lungo 24 ore, la parte riservata alla nostra specie occuperebbe il minuto precedente alla fine della ventiquattresima ora. Non siamo i protagonisti del film, siamo i titoli di coda.

La scomoda verità, con la quale non vogliamo fare i conti, è che non siamo i proprietari della Terra ma i suoi custodi, ruolo ben più nobile: se non ci riappropriamo della nostra funzione di preservazione dell’esistente rischiamo di retrocedere ad un livello più scomodo, quello di ospiti sgraditi in un mondo inospitale.
Non possiamo controllare l’equilibrio climatico, il ciclo dell’acqua, l’alternarsi delle stagioni, il comportamento delle specie animali e vegetali. L’illusione tomista del mondo creato apposta per l’uomo, di cui egli può disporre a suo piacimento, ha generato una profonda disconnessione che ha come ultimo anello della catena il delirio antropocentrico del capitalismo neoliberista. Desideriamo un teatrino di burattini da manovrare secondo le nostre inclinazioni e ignoriamo il filo invisibile che ci lega gli uni agli altri, ecosistema ed esseri umani. Spezzare quel filo ci farebbe mestamente uscire dal palcoscenico.

La complessità dell’equilibrio climatico terrestre che ha permesso lo sviluppo e la prosperità della civiltà umana presenta grosse difficoltà di comprensione persino agli specialisti che si occupano della questione da una vita. I non addetti ai lavori hanno scelto la strada più semplice, ovvero ignorare il problema.
Il “social discounting” della nostra mente, ovvero la naturale tendenza a minimizzare i rischi a lungo termine connessa alle basse aspettative di vita che hanno caratterizzato i nostri simili fino a 100 anni fa, rischia seriamente di condannarci all’estinzione.
Eppure sarebbe il caso di mettere mano agli stravolgimenti antropici frutto dell’industrializzazione selvaggia, se non altro perché in un pianeta con una temperatura media di sei gradi superiore a quella attuale non siamo e non saremo mai in grado di sopravvivere. E’ una cifra che stiamo raggiungendo ad ampie falcate.