di Artin Bassiri Tabrizi

E’ possibile un critico della cultura che non sia inglobato – e neppure inglobabile –  a sua volta, nel sistema della cultura di massa? La questione è importante perché il ruolo del critico della cultura sarà poi quello dell’intellettuale, colui il quale, comprendendo appieno di non poter fare a meno del sistema di cui è parte, per rivoltarvisi dovrà ricorrere a dei meccanismi di sabotaggio del sistema stesso dal suo “interno”. Il problema che Foucault pone nell’Ordine del discorso, coinvolge più aspetti ; innanzitutto, la constatazione che “nessuno può dire quel che vuole in qualsiasi momento”, sebbene possa apparire banale, è a tratti sconvolgente : come possiamo, infatti, parlare di libertà umana se persino ciò che crediamo sia il nostro strumento per comunicare – il linguaggio – ci sovrasta? In secondo luogo, il problema  fa riflettere sul concetto di verità : se ogni disciplina ha un suo personale codice di verità e falsità, un sistema di leggi che quindi include ed esclude le differenti proposizioni, che cos’è l’errore? Esso è solamente quello che non è “accettabile” per il sistema proposizionale di una determinata disciplina? Esiste l’errore “in generale”?

Foucault porta, in questo caso, un esempio a dir poco calzante : come mai i botanici ed i biologi non si accorsero, nel XIX secolo, che Mendel diceva il vero? Mendel diceva il vero, ma non era nel vero del discorso biologico del suo tempo ; è infatti “occorso tutto un mutamento di scala, il dispiegamento di tutto un nuovo piano d’ oggetti nella biologia, perché Mendel entrasse nel vero e le sue proposizioni apparissero allora (in buona parte) esatte.”[1] Tutto ciò porta Foucault ad affermare che le discipline non sono altro che principi di controllo della produzione del discorso. La settorializzazione delle conoscenze non potrebbe rappresentare, effettivamente, il progressivo aumento delle procedure di controllo? L’infittirsi dei reticoli dove il discorso s’ingarbuglia?

Ora, ritornando alla questione del critico della cultura, si può notare che : per poter “criticare”, esercitare in maniera sensata il proprio giudizio, il critico dovrebbe potersi barcamenare con destrezza non solo in una disciplina, ma in tutte quante. Egli dovrebbe dunque sottostare completamente a queste settorializzazioni convenzionali, dovrebbe dare il proprio assenso, prima di dissentire : dovrebbe riconoscere l’esistenza di questi micro-sistemi di conoscenza, prima di poterli invalidare. In secondo luogo, dovrebbe cercare di sfuggire a questi sistemi di controllo insiti nei discorsi stessi : non tanto nel discorso in generale, ma nei discorsi disciplinari : egli dovrebbe riconoscere le forzature, le costrizioni, le estromissioni ; ci si chiede, dunque, se un semplice “esercizio di giudizio” può rispondere a questo scopo. Evidentemente, no : emettere un giudizio, prima di aver riconosciuto la propria appartenenza al sistema è molto sciocco.

Quello che occorre è uno smascheramento : ma come smascherare, senza alcun criterio veritativo? Anche qui, l’intero percorso storico-filosofico di Foucault ci è d’aiuto, poiché egli infatti operò in mododa ricostruire storicamente le differenti ipostatizzazioni linguistico-discorsive : è attraverso la ricostruzione storica che si può giungere ad uno spettro sempre più ampio di una determinata disciplina, esplorando anche quell’esteriorità selvaggia di cui essa si è contornata, i limiti che essa stessa si è imposta.

Eppure, di che genere di storia si parla? Certamente, non La Storia, quella convenzionalmente stabilita ; l’unico vero critico della cultura deve atteggiarsi come quel che un critico – almeno etimologicamente – non è : egli deve essere un archeologo. Non si tratta, in questo caso, di essere uno “storico delle idee”, quanto piuttosto di uno studio di ciò che è stato detto senza la presunzione di sapervi identificare dietro qualcosa di recondito, facendo riemergere le regole e i sistemi che governano i discorsi stessi.

L’archeologo ha dunque sostituito la figura del critico della cultura ; resta da domandarsi come questa figura possa ricoprire un ruolo ancora più importante, quello del sabotatore di discorsi e di informazioni di massa : l’intellettuale.

 

[1]M.Foucault, L’ordine del discorso, Torino, Einaudi, pag. 18