Lo stato federale indiano al giorno d’oggi dispone di ben due campionati calcistici, il primo l’I-League, nata nel 2007, e l’Indian Super League, nota principalmente come Hero Indian Super League per una questione di sponsor. In un paese in cui la tradizione calcistica è stata perlopiù inesistente fino al nuovo millennio, dal 12 ottobre scorso i riflettori sono stati spesso puntati sul subcontinente indiano, data in cui è iniziata la prima stagione della Hero Super League. Questo è un campionato particolare, differente dal primo, in quanto le squadre partecipanti sono solo otto e non sono previste retrocessioni o promozioni, presenti invece nell’I-League composta dalla First division (14 squadre) e dalla Scond division (21 squadre), qui invece le prime quattro squadre giocheranno i quarti di finale.

Non apparirà strano a chi di calcio se ne intende sapere che alcuni dei più famosi giocatori europei, troppo “anziani” per giocare nei nostri campionati, stiano giocando in questo torneo i loro ultimi anni di gloria. Parliamo di Alessandro Del Piero, ex giocatore della Juventus e campione del mondo nel 2006, oggi giocatore del Delhi Dynamos, Marco Materazzi, ex giocatore dell’Inter e della Nazionale Italiana, oggi allenatore del Chennaiyin, Robert Pirès, ritiratosi dall’Arsenal, oggi centrocampista del FC Goa e molti altri. Agli occhi degli esperti, questa situazione potrebbe ricordarne una analoga avvenuta tra la fine degli anni settanta e inizio degli ottanta, quando giocatori europei d’altri tempi come Giorgio Chinaglia, Giuseppe Wilson o Pelè emigrarono negli Stati Uniti a giocare per i New York Cosmos, usati perlopiù come merchandising per i club americani emergenti e non tanto per le loro capacità o prestazioni passate, quanto più per il loro status di grandi campioni.

È lecito dunque domandarsi se il calcio moderno sia approdato in India grazie alla globalizzazione del ventunesimo secolo o se il calcio stesso sia diventato uno strumento di globalizzazione per un paese che al giorno d’oggi non può più essere definito emergente dal punto di vista economico, in quanto siano proprio i corposi contratti che riescono ad assicurare la partecipazione di giocatori di questo calibro che altrimenti in Europa avrebbero terminato le loro carriere. Appare dunque una gran contraddizione che un paese fino ad oggi interessato nel gioco del cricket si sia improvvisamente aperto anche al mondo calcistico, proprio per la tradizione assente in questo sport, i colori favoriti dalla popolazione indiana sono sempre stati il verde e l’oro, e ancora oggi, nonostante il paese disponga di un numero esiguo di squadre, adulti e bambini rimangono legati alla nazionale brasiliana, non a caso, Zico ec giocatore brasiliano allena la squadra indiana FC Goa.

Nonostante tutto però, si può dire che solo il gioco del calcio moderno abbia preso vita pochi anni fa, in quanto questo sport fu importato dai coloni inglesi insieme al cricket e all’hockey su prato ai tempi dell’Impero. Gli inglesi volevano dar vita ad una società anglo-indiana e scelsero la via dello sport come mezzo per conquistare la popolazione. Vari aneddoti girano intorno alla scoperta del calcio da parte degli indiani, due sono i più famosi come racconta Federico Buffa nel suo documentario “India alle origini del calcio”. Il primo ha come protagonista un bambino che passeggiando per le strade di Calcutta si è imbattuto in una “zuffa con palla”, una partita di calcio tra ufficiali inglesi, e rimanendo affascinato da questo gioco lo abbia successivamente insegnato ai suoi amici e compagni di scuola. Il secondo, che rispecchia una visione “anglosassone” della vicenda, parlerebbe di un professore intento a spiegare le regole del calcio alla sua classe di brahmini, che arrivati però alla messa in pratica delle regole si rifiutarono di giocare a causa del pallone costruito in cuoio, considerato un materiale impuro; tuttavia il professore, colpendo un brahmino con il pallone aveva allontanato l’impurità del cuoio contaminando l’uomo, e il gioco poté avere inizio anche per gli altri brahmini.