Here, then è un film particolarmente atipico; difficilmente catalogabile o inquadrabile. Il lungometraggio rappresenta l’opera prima di Mao Mao, regista cinese classe 1975, laureatosi al Performace Institute Of Beijing Film Academy, già sceneggiatore e attore protagonista del lungometraggio Winter Story. Premettendo che per il sottoscritto in un’opera del genere non è assolutamente un male, ma è anzi fisiologico, va chiarito che l’approccio al film è tutt’altro che semplice, a causa di una struttura intrecciata, di un montaggio ermetico e di una regia particolarmente intensa ed estremamente lenta, assolutamente non dinamica ma anzi contemplativa all’estremo, caratterizzata da lunghissime inquadrature fisse che potrebbero (ed effettivamente durante la proiezione lo hanno fatto) mettere a dura prova i meno preparati. I protagonisti sono i giovani della Cina moderna, interpreti più o meno volontari di esperienze di vita che altro non fanno se non portarli ancora più a fondo nell’abissale vuoto di prospettive in cui si trovano. Sono ragazzi e ragazze vittime della peggiore delle alienazioni, tutti in procinto di perdere gli ultimi residui dei loro sentimenti. Se li abbiano mai realmente provati, quei sentimenti, non ci è dato saperlo, e probabilmente non è nemmeno importante.

La trama, anche se di vera e propria trama non si può parlare, vede inizialmente un ragazzo, Xiaochao, soffiare letteralmente la ragazza ad un suo amico, Xiaobin, che l’aveva conosciuta per primo. Con questa ragazza Xiaochao partirà per Pechino lasciando Xiaobin in una crisi di affettività se possibile ancora più grave di quella già esistente nel cuore del ragazzo, che lo porterà a macchiarsi del più indegno dei crimini. La situazione andrà poi a focalizzarsi su due amanti di Pechino, entrambi costretti a vivere in un mondo esclusivamente materiale e provvisto solamente di una imponente facciata, nel quale non c’è il minimo spazio per la loro sensibilità o per la loro voglia di riempire di significato le proprie esistenze. In un modo o nell’altro, le vicende dei protagonisti finiranno per intrecciarsi. E l’intreccio non è solo umano; è un intreccio di luoghi, di drammi e di situazioni che li accomunano. Ciò che colpisce in maniera dirompente, grazie anche allo stile registico che trasmette una difficoltà espressiva, più o meno volontariamente tecnica, dalla quale non è possibile uscire (sono gli attori che inseguono la macchina da presa, come per evidenziare ancora una volta il loro bisogno di fuoriuscire dalla prigione esistenziale in cui si trovano) è la totale, assoluta ed inevitabile rassegnazione dei giovani verso un mondo che altro non fa se non spazzarli via, poiché incapace di accogliere al suo interno degli esseri umani non solo che posseggano, ma che siano anche solo potenzialmente capaci di una avere una notevole profondità emotiva.

Con questa opera Mao Mao instilla nello spettatore un’idea: per sopravvivere in Cina, ma sembrerebbe superfluo dire che il discorso sia estendibile a tutto il mondo globalizzato, ciò a cui bisogna rinunciare è se stessi, la propria sensibilità, la propria intimità ma soprattutto la propria singolarità. Ma anche la propria criticità verso il mondo. Il prezzo da pagare è naturalmente durissimo, ma nessuno dei protagonisti decide di fare i conti con il fatto di aver perso sè stesso, perchè sarebbe inutilmente devastante. Probabilmente, anche trovando un momento nella vita in cui si potrebbe avere la forza di farlo, non servirebbe più a niente. Quando qualcuno dei protagonisti si rende conto di avere fallito su tutta la linea e di essere ormai perduto, e in questo caso sto parlando del finale, non fa i conti con questa situazione, non si dispera emotivamente, ma come prevedibile, si lascia passivamente sommergere da un mare di tristezza, consapevole del fatto che le cose non possono più, e non potranno mai, cambiare. Ormai si tratta solo di fare i conti con la fine. E di continuare a viverci dentro.