È possibile oggi parlare di una moralità oggettiva? Buona parte della critica filosofica antica e moderna si è sempre posta la domanda di non facile risoluzione, sino ad arrivare a Kant che imposta un vero e proprio sistema morale il quale rappresenta la dimostrazione apodittica della rivoluzione copernicana annunciata nella Prefazione alla seconda edizione della Critica della Ragione Pura. Ma al di là delle teorie kantiane con cui tutta la modernità ha dovuto confrontarsi tacciandola chi di formalismo – Tittel, Shopenhauer, Hegel, Nietzsche – chi di essere fondata sulla <falsa sete di sacrificio>> – Scheler – e altre questioni che meriterebbero uno studio più approfondito, il problema se abbia senso parlare oggi di moralità aprioristicamente costituita pare non essere risolto se tuttavia si epura la morale da ogni connessione con la religione la quale avanza sempre la pretesa – legittimamente fondata – di assumere a modello morale il proprio credo.

La difficoltà della questione non può essere esaminata qui, anche perché richiederebbe competenze piuttosto elevate, ma il problema lo si può porre più per questioni pratiche che per questioni teoretiche – gnoseologiche. Ha senso porsi l’interrogativo se esista o meno una morale oggettiva per diversi motivi. Cerchiamo di delinearne alcuni e di portare alla luce il dibattito odierno, tenendo presente che interrogarsi su tale questione significa interrogarsi sull’esistenza oggettiva di un bene e di un male assoluti. Non garantiamo nessuna soluzione. Dando per fondata la tesi sul fatto che si possa parlare di un apriori della morale, la prima obiezione riguarderebbe il motivo per cui le civiltà passate abbiano avuto un loro preciso modo di intendere la moralità. Senza perderci in giri di parole cerchiamo di fare un esempio che assume una tematica importante di cui non è compito nostro indagare i lineamenti antropologici o sociologici. Per cui ci limiteremo ad osservare la pederastia non in quanto pederastia, bensì in quanto pratica oggi pensata come dissoluta se non criminale.

Per la i romani la pederastia non era un fenomeno inusuale Oggi saremmo inclini a chiederci che cosa vi fosse di morale in questo poiché siamo abituati a giudicare da un preciso punto di vista che non può prescindere da una stretta connessione con la nostra società. Anzi, siamo soliti parlare di pedofilia e non di pederastia a sottolineare un disturbo psicologico nonché un comportamento punito dalle leggi. Eppure se avessimo l’opportunità – e la possibilità prima di tutto – di tenere un colloquio con Tiberio, probabilmente resteremmo attoniti dinanzi alle sue esternazioni come del resto anche egli stesso avrebbe la nostra medesima reazione. Una obiezione solida che merita una osservazione particolare.

Salvo escludere particolari casi di depravazione, come la storiografia ci tramanda, non si spiega il fatto che la pederastia destava un sentimento negativo nella grande parte della società romana. A questo proposito non potremmo non considerare Tacito, che pure visse nella seconda metà del primo secolo e che manifestò particolare dissenso nei confronti di abitudini quali la pederastia. Certamente Tacito si pone in un’ottica distante rispetto a Tiberio e si presenta come il restauratore morale che gli studenti liceali ricordano con piacere. Si suole addossare al cristianesimo la responsabilità di avere introdotto una visione etica opposta ai costumi tipici della società romana pagana, ma in tutto questo discorso il cristianesimo c’entra poco o nulla. Come giustificheremmo dunque questa discrepanza di opinioni? Il fatto che Tacito vedesse di cattivo occhio Tiberio non si può assumere come elemento fondante della sua critica, in quanto avrebbe potuto bene sottolineare altri caratteri negativi dell’imperatore. Invece Tacito punta sui suoi comportamenti dissoluti e lo fa oltre che per questioni politiche, anche per sottolineare l’indecenza dei costumi e della morale; questioni che saranno ribadite da Giovenale che descriverà Roma come una cloaca a cielo aperto e dalla satira di Persio il cui intento morale – in entrambi i poeti – mina a mettere nero su bianco circa la grave crisi dei costumi che imperversava nella capitale dell’Impero. Insomma, sebbene la pederastia fosse pratica comune essa destava disgusto nel clima intellettuale di restaurazione morale. C’era dunque un’esigenza di regolare le abitudini etiche della società a dimostrazione del fatto che per quanto ci potesse essere un’opinione comune, essa non significava affatto piena comprensione del bene e del male. Certamente non vorremmo anche noi cadere nella presunzione di stabilire cosa sia il bene e cosa sia il male, nonostante per Kant questa capacità sia un dato di fatto: è il fatto della ragione esemplificato nel cosiddetto scolio della Critica della Ragione Pratica.

Cerchiamo di chiarire un primo punto. L’argomento è di non facile soluzione per cui dobbiamo stare molto cauti nel dare sentenze affrettate e poco fondate. Il nostro intento non è di certo fondare una moralità oggettiva, ammesso e concesso che se ne possa parlare, ma capire se si possa parlare di realismo nella moralità, e se si possa dare lo stesso significato che si dà al realismo teoretico, ossia il realismo <<ingenuo>> che tanto Heidegger critica con buona pace di ogni realismo (e forse anche nuovi realismi). Si cade qui nel rischio di sfociare in un realismo ingenuo? L’unica cosa certa è che anche qui la morale acquisisce un senso a partire dall’Esserci, quell’Esserci che non è fuori dal mondo, ma è nel mondo. In questo caso stiamo dicendo che le leggi che regolano la nostra vita siano costruzioni dell’uomo, e così anche il bene e il male sebbene possano esistere come concetti assoluti ed acquisiscano un senso per noi, per l’Esserci. Il problema non è tanto questo, quanto piuttosto se quando si parla di morale si possa parlare di oggettività non intesa nei termini di una critica realista-costruzionista-ermeneutica, ma di morale valida oggettivamente per tutti.

Alla luce di quanto detto precedentemente pare a prima vista che l’istanza di Kant possa essere accolta con ogni pregiudizio e cioè che il discernere il bene e il male sia un fatto della ragione. Quindi coloro che agiscono male sanno di agire male. Si può dire questo di un uomo cresciuto in un ambiente negativo ed educato sin da bambino al crimine e all’odio? Difficilmente. Poiché esso, cresciuto in quell’ambiente ed educato ad agire secondo determinati modi, ha imparato a valutare positivamente sparare alla moglie – esempio banale – che si è resa colpevole di tradimento.

Se trasportiamo l’esempio in chiave <<positiva>> però qualcosa non combacia. Un genitore ha educato il figlio ad agire bene e secondo sani costumi. Questo, divenuto adulto, viene a contatto con un particolare ambiente ed inizia a compiere azioni punibili penalmente come rubare, minacciare, ecc. Qualcosa dunque non si incastra. Né comunque si può dire che l’uomo cresciuto nell’ambiente negativo agirà solo negativamente; nulla esclude che esso possa impietosirsi dinanzi ad un altro uomo che soffre. Cos’è che non funziona dunque? Il bene e il male dipendono dalla società e dalle abitudini dell’uomo?

Ma se ci fermassimo qui, non faremmo che creare una conclusione tale da fondare un relativismo della permissione. Qualcuno sostiene che non si possa parlare di bene e di male assoluti e probabilmente avrà anche ragione, se però non pensasse che la parte lesa non abbia affatto ragione riguardo ad un torto subito dalla parte che offende: si potrebbe sempre invitare qualcuno ad armarsi di megafono, di piantarsi su un palco a Piazza Plebiscito a Napoli o sul Lungomare Facolmatà a Reggio Calabria e di gridare che la mafia sia cosa buona e giusta. È chiaro che per noi – per la nostra società – non è morale la mafia, ma per i mafiosi lo è?

La situazione è problematica e non pone vie d’uscita. Come sempre in filosofia si finisce per dare accordo alla classica espressione aristotelica per cui la virtù sta nel mezzo. Il rischio è il relativismo, ma non siamo già nell’epoca del relativismo etico? La Chiesa lo afferma sempre. Ma proporre una morale in termini religiosi significa chiudere il cerchio e non risolvere il problema, lo scrive Norberto Bobbio. «La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole». Esatto, irragionevole è proporre una morale valida per tutti, a meno che non si abbandoni la pretesa di indagare il fondamento nella morale stessa e si cerchi di porre l’esistenza di Dio come suo fondamento, ma niente ritorna, irragionevole resta sempre. Un ateo non crede in Dio eppure ciò non toglie che egli possa agire moralmente. Allora Dio esiste e non è ammessa nessuna altra obiezione? Davvero una bella questione, ma, pur apprezzando ogni sforzo di costituzione oggettiva della morale, dovremmo concludere che essa, sì, non sia oggettiva, ma che si sottometta all’esigenza dell’uomo di stabilire cosa sia bene e cosa sia male. Ancora una volta la legge giuridica viene in aiuto, ma la questione a questo punto si sposta in una chiave differente. Parafrasando il linguaggio hegeliano solo lo Stato può decidere il bene o il male, non perché esso abbia la più piena legittimità, ma semplicemente perché l’uomo è un essere limitato e finito che non può spingersi oltre determinati limiti. E tuttavia all’uomo si riconosce la sua grandezza: senza di esso non potremmo parlare di Stato, uno Stato che esiste in funzione dell’uomo, costruito dall’uomo e che giudica l’uomo.

Ha senso allora parlare di moralità oggettiva? Probabilmente ha solo senso porsi il quesito. Quanto difficile è avere la conoscenza del bene e del male e la nostra strada è stata già solcata da Adamo ed Eva con scarsi risultati.