In seguito alla caduta del Muro di Berlino (1989) e alla riunificazione (1990) la Germania Est, lo stato ‘fantoccio’ creato dai sovietici nel 1949,  il ‘fiore all’occhiello dell’Europa Orientale che i socialisti ostentavano al mondo’, fu completamente spazzato via sotto i colpi incessanti del capitalismo nonché dall’avvento di libertà politiche completamente assenti nel regime dei vari Honecker e Ulbricht. Se gli abitanti della DDR in un primo momento accolsero con fervore le novità apportate da quel paese estraneo che la propaganda di regime amava definire ‘corrotto e materiale’, con il passare degli anni si iniziò a sentire la mancanza di alcuni aspetti della vita quotidiana: dalla mitica Trabant all’Ampelmännchen (l’omino del semaforo), dalla Vita-Cola (la Coca Cola dell’Est) a Sabbiolino (il cartone animato) fino ad arrivare all’inno nazionale, Auferstanden aus Ruinen e ai più comuni prodotti alimentari come i cetrioli dello Spreewälder. Nasce l’Ostalgie, la nostalgia dell’Est e della vita quotidiana al tempo del socialismo; è un fenomeno emerso non solo nell’ex DDR ma anche negli altri ex paesi del blocco orientale come la Romania, l’Ungheria o la Jugoslavia ma per il momento concentriamoci sulla Germania.

Sulla scia di questo fenomeno si colloca il bellissimo film di Wolfgang Becker, Good Bye Lenin!, uscito nel 2003 e vincitore di numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Goya per il Miglior film straniero (2004), il Premio Cesar per il Miglior film dell’Unione europea (2004) e diversi European Film Awards. E’ un film intriso di ostalgia che tramite le vicende del giovane Alexander riesce a toccare da vicino la sensibilità dello spettatore, un film che diverte ma al tempo stesso emoziona, un compendio di scene romantiche ma anche drammatiche. Insomma, un capolavoro cinematografico che porta lo spettatore a riflettere su una realtà ormai messa da parte in quanto etichettata come ostile, malvagia e insulsa e su una generazione dimenticata, quella tedesca degli anni ’60 e ‘70’, cresciuta a pane e socialismo proprio secondo i dogmi imperanti di quel mondo, oggi scomparso.

Berlino Est, 7 Ottobre 1989. Alexander Kerner (interpretato dall’attore Daniel Bruhl) e la sua famiglia si apprestano a festeggiare il 40esimo anno di nascita della Repubblica Democratica Tedesca. La madre di Alex, Christiane (Katrin Sass), iscritta al partito da decenni, viene invitata ad un ricevimento al Palast Der Republik come simbolo della sua fedeltà al regime socialista. Tuttavia, la sera stessa entra in coma, colpita da un infarto, poiché assiste al pestaggio del figlio che nel frattempo stava partecipando ad una manifestazione antigovernativa. E’ solo l’inizio di una lunga catena di eventi che sconvolgeranno le vite dei protagonisti in quanto Christiane si risveglierà otto mesi dopo la caduta del Muro in una realtà completamente diversa, caratterizzata dalla fine della guerra fredda. Tuttavia, la donna non saprà nulla dei cambiamenti verificatisi durante quei mesi poiché il figlio, aiutato dall’amico Denis (Florian Lukas), dalla bella infermiera Lara (Chulpan Khamatova) e dalla sorella Ariane (Maria Simon), con una divertente pantomima ricca di colpi di scena, riesce a creare un’utopica DDR a sua immagine e somiglianza, proprio come voleva che fosse. Il finale, poi, è un capolavoro di pathos ostalgico: il sosia del cosmonauta ed eroe Nazionale Sigmund Jähn, nel frattempo succeduto ucronicamente a Honecker come segretario generale del SED, apre le frontiere della Germania democratica per accogliere i ‘profughi’ provenienti dall’Ovest, (opinione personale, poiché dal film non si evince chiaramente se Christiane viene o meno a conoscenza dello stratagemma del figlio) riempiendo di gioia la madre di Alex che morirà pochi giorni dopo con il sorriso sulle labbra, convinta di aver partecipato alla costruzione di un mondo migliore. Cosa che, purtroppo, non accadde mai.

L’amore indissolubile di un figlio per la madre, la progressiva scomparsa di un mondo evidenziato nella scena clou in cui Alex getta da un palazzo i Marchi Orientali che ora non valgono più nulla, con il simbolo del regime sullo sfondo, la Fernsehturm di Alexanderplatz, il richiamo dell’Ovest a cui la giovane Ariane non riesce a resistere, la vita quotidiana degli abitanti della DDR, le relazioni interpersonali. Questo film rappresenta una riflessione su ciò che è stato veramente il socialismo, una sorta di ‘vorrei ma non posso’ dove tutto ciò che si trovava al di là del muro veniva denigrato dalla propaganda e osteggiato dal popolo, seppur con evidenti eccezioni. Ma le cose non erano così nette poiché la mancanza di comunicazione tra i due blocchi distorceva la realtà, annullando ciò che di valido c’era in entrambi e il film sembra dire proprio questo. Tralasciando il connubio di cinematografia e politica, Good Bye, Lenin! è una pellicola che consiglio a tutti gli amanti del genere che vogliono fare quattro passi nella storia.

FP