di Lorenzo Pennacchi

Quando si pensa all’Ecologia, una disciplina di studio nata nella seconda metà del ‘900, di solito si fa riferimento a tutte quelle misure ambientali necessarie, perché in un certo senso utili all’uomo, come la riduzione dell’inquinamento e la salvaguardia di specie animali e vegetali in via d’estinzione. Di fatto, queste proposte sono solamente un accorgimento alla realtà contemporanea, industriale e materialista, caratterizzata dalla presunta superiorità della specie umana rispetto al resto del vivente. La concezione antropocentrica del mondo, che vede nell’essere umano il dominatore del Pianeta, continua ad alimentare una crisi, prima che economica, filosofica ed esistenziale. Questo primo concetto di Ecologia, definita “di superficie”, è stata  ampliata e superata quando, nel 1973, il filosofo norvegese Arne Naess, coniò il termine “Ecologia profonda”: non si parla più di piccole modifiche dal punto di vista umano, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, che segna il passaggio da una prospettiva antropocentrica ad una eco-centrica.  Nella “Piattaforma dell’Ecologia profonda”, Naess elenca, in otto punti, le caratteristiche di questa nuova eco-filosofia. Particolarmente significativo è il primo: “il benessere e il fiorire della Terra e delle sue innumerevoli parti organiche/inorganiche hanno un valore in sé (ovvero intrinseco). Questi valori sono indipendenti dall’utilità del mondo non-umano per scopi umani”. Così, l’umanità non è collocata al vertice della piramide sociale, ma al pari delle altre specie, ridivenendo parte integrante della Natura nel suo insieme. In questo senso, ciò che conta maggiormente, non sono le singole parti, ma l’armonia del Tutto. Risulta evidente, come questa visione olistica della realtà è in netta contrapposizione, ai caratteri riduzionistici e meccanicistici della modernità.

Bisogna sottolineare, come questa filosofia vuole preservare, al pari delle differenze in Natura, le diversità culturali, minate, oggi più che mai, dalla globalizzazione. In diverse parti del globo infatti, ci sono moltissimi tipi di società che, seppur inconsapevolmente, hanno messo in pratica i principi dell’Ecologia profonda. L’esempio più lampante è rintracciabile nelle culture animiste. Definibili anche come “tradizionali”, queste sono armonizzate totalmente nel proprio habitat, al punto che risulta difficile parlare di ambiente “esterno”. Piuttosto, la totalità del vivente, rappresentata dall’idea del “Grande Spirito” immanente nel mondo, diviene un organismo non solamente fisico, ma anche e soprattutto spirituale: “quando dunque parliamo di suolo, non parliamo di una proprietà terriera, di un luogo e neppure del pezzo di terra su cui sorgono le nostre case e dove crescono i nostri raccolti. Parliamo invece di un qualcosa di veramente sacro”. Queste parole di  un indiano Cherokee testimoniano come, per il suo popolo, il benessere materiale non conti nulla rispetto alla crescita interiore, determinata dal rapporto diretto con la Terra, o per meglio dire, dalla consapevolezza di essere Natura. Questi elementi si ritrovano nel Buddhismo e più precisamente nella teoria anatta, secondo la quale, non essendoci alcuna anima o sé individuale e permanente, tutto è in connessione a tutto, crescendo o declinando insieme: “ciò che importa è la rete degli individui, più che gli individui stessi; la relazione, più che gli elementi collegati; l’intreccio, più che i nodi” (J. Galtung).

In occidente, non volendo andare troppo in là con il tempo, è evidente come il capitalismo, ovvero il modello dominante da almeno due secoli, sia in antitesi rispetto a questi principi. Il progresso, l’apparenza e la ricchezza sono i valori caratteristici della nostra società. Non si ricerca l’armonia attraverso la cooperazione, ma la sopraffazione dell’altro per mezzo della competizione. In questo scenario, sempre più globale e per questo meno definibile come solamente occidentale, la Natura, decomposta in tante piccole parti, diviene un semplice oggetto nelle mani degli uomini, i quali, immersi egoisticamente nelle loro occupazioni, probabilmente stanno ignorando il senso della vita. Intorno alla metà del 1880, Henry David Thoreau, in “Walden, vita nei boschi”, si esprimeva così: “Andai nei boschi perché volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita. Per non scoprire in punto di morte di non aver mai vissuto.”

Nessun altro pensiero si propone come così attuale e necessario. Tuttavia, oggi nel mondo del consumismo e dello sviluppo materiale, sembra difficile pensare delle prospettive incoraggianti per l’Ecologia profonda. Ma mettere in discussione le proprie certezze ed ampliare i proprie pensieri rappresentano il primo passo necessario per comprendere ed attuare questa filosofia. Numerosi sono i movimenti che stanno lavorando in questo senso, sia a livello locale che globale. Significative, inoltre, sono le esperienze degli Eco-villaggi, che permettono esperienze di vita a contatto con la Natura, in un clima di solidarietà verso gli altri esseri umani. In conclusione, è bene ricordare che L’Ecologia profonda non è una dottrina, ma una visione del mondo assimilabile da tutte le discipline. Così si esprime il fisico Fritjof Capra: “l’universo non è visto più come una macchina composta da una moltitudine di oggetti, ma deve essere raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo cosmico”. La questione, adesso più che mai, è nelle mani dell’uomo. La risposta, che consiste nel trasformare l’ego-centrismo in Eco-centrismo, deve essere immediata. Del resto, è la Terra che ce lo chiede.