1988, Torino: creato dal libraio Angelo Pezzena, e dall’ imprenditore Guido Cornero, nasce il Salone Internazionale del Libro, la più grande kermesse culturale italiana: «Un’idea luminosa con un pizzico di follia», definito nella cerimonia inaugurale. Grande mercato dell’ editoria italiana, luogo di incontri letterari, spazio di confronto culturale: solo alcune delle caratteristiche che determinarono il successo del Salone già dalla prima edizione. Risultati sorprendenti, considerata la scarsa attitudine degli italiani alla lettura: mancata inclinazione del XIX secolo, che risulta forse ancora attuale.

2012. Il tempo passa e l’iniziativa non invecchia: a 25 anni dalla sua nascita risulta sempre più moderna, distinguendosi come una delle maggiori fiere del libro in Europa:  seconda alla Buchmesse di Francoforte, in numero di espositori.  Al primo posto per numero di affluenze, i suoi 300.000 visitatori – in cinque giorni di esposizione- fanno riflettere; la crisi? sembra non danneggiare – almeno al Salone –  la cultura, italiana e non solo.

La Romania,  uno tra i paesi ospiti di quest’anno; patria di autori e di opere, ai quali la letteratura Europea contemporanea deve molto. Un esempio? I “sette manifesti dada” del 1924; “il dadaismo è un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego”. Anarchia e irrazionalità contro la “ragione” degli orrori (ed errori) della guerra; umorismo dissacrante, ribaltamento degli stessi valori artistici e convenzionali. “Dada non significa nulla. È solo un suono prodotto della bocca.” Non senso, come fuga dalla realtà e strenua opposizione a tutto; un tutto globale, privato dalla guerra di razionalità morale e politica.

Padre del manifesto, è il romeno Tristan Tzara. Cresciuto nella comunità ebraica di Bucarest, accolto a Parigi come il nuovo Rimbaud, creatore di una nuova irriducibile avanguardia. Combatté in Spagna contro i Franchisti, partecipò alla resistenza e si ritirò dal partito comunista, per protesta contro i fatti d’Ungheria.

Poco più giovani di lui, tre grandi suoi connazionali conquistano il panorama culturale europeo, in condizione di esuli dalla dittatura comunista: Mircea Eliade, Eugene Ionesco ed Emil Cioran. Quest’ultimo scrittore e saggista, nel 1937 varcò la “cortina di ferro”, recandosi  a Parigi per studiare: non sarebbe più tornato in patria nemmeno dopo la caduta di Ceausescu: si rifiutò di farlo in qualità di “ospite di stato”.

Nel tentativo di tradurre Mallarmé in rumeno,convertì se stesso: abbandonando la traduzione, iniziò ad esprimersi in francese, addirittura a  pensare in quella lingua.

Rifiutando più volte la cittadinanza francese, visse a Parigi, apolide, doppiamente esule. L’adesione a  nichilismo e pessimismo derivati da Heidegger e Schopenhauer,  si riflesse anche nella vita e nella politica: l’una dominata da visione sfiduciata; l’altra, di fatto nulla.

“La lingua si vendica su di me, più invecchio e più spesso sogno in romeno. E non posso oppormi a questo” diceva, consapevole di essersi spogliato della Romania; un paese la cui “politica sbagliata” ha determinato la rovina morale del paese stesso.

Eppure Cioran, il “filosofo urlatore” per auto definizione, trovò la sua via di salvezza e redenzione nella scrittura: la terapia in risposta al bisogno fisico di svuotare la mente da pensieri tanto pesanti da annientarlo; è la scrittura a distoglierlo dal suicidio, indotto da un’ insonnia che lo spinse quasi alla follia e che egli definì così: “un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. […] a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.”

Parole che sono prodotti di un’anima martoriata, vittima tra le vittime delle ingerenze di un regime ciecamente distruttore che, nonostante la sua estinzione, continua a far pesare le sue conseguenze: crollo economico, morte di  libertà ed istituzioni; disillusione; sospetto e diffidenza come frutti dell’opprimente controllo della polizia di stato.

Al di là dei problemi e delle questioni politiche ed economiche, sfiducia e misantropia sono solo alcuni tra i tanti retaggi del marxismo – leninismo che interessano la società di un paese che nonostante tutto, ha riportato precedenti impareggiabili in campo letterario. Ed è proprio grazie a questi che l’invito del Salone di Torino si trasforma in invito comune alla considerazione, alla lettura e alla riflessione; per dare il giusto valore ad una letteratura che non deve correre il rischio di essere considerata “marginale”.

Appuntamenti a partire dal 9 maggio, per le giornate di Cultura.  E per chi non sarà a Torino … è gradita partecipazione a distanza:  la cultura è infatti “apolide”, proprio come Cioran.