Ai più, arroganti e vanitosi, agli esperti di jazz etiope e drammi proustiani, era parso di andare a vedere una pellicola che esaltasse Roma e la sua eterna bellezza, dopo lo scempio firmato Allen, e ne son rimasti tanto delusi quanto smarriti. Ma la Grande Bellezza non è un film su Roma e non è un film sull’Italia di oggi, è un romanzo ambizioso, una medicina amara, un canto alla vita. È letteratura decadente di un uomo che tira le somme del proprio percorso, è pianto di una ricerca del senso, di un’interrogazione sulla verità, sullo spirito e sul tempo, è potenza del disfacimento, collasso delle credenze. L’universale quesito sull’esistenza e sul suo significato, sul sentimento e sull’emozione. Roma è una diva che dorme, solenne, barocca, uno sfondo di impressionante luce, un dipinto sacrale, un monumento aureo, eterno e imprendibile; ma è anche madre violenta e indolente, amorale e corrotta, che fagocita i suoi figli nella perdizione della vacuità e li tiene in piedi come maschere di un teatro umano in decomposizione. Una narrativa forte e resistente che volutamente parla di tutto e di niente, che prende e sospende la vita e la sua totale miseria, la vanità del suo intercedere e la eleva ad altare del vivere stesso, a risoluzione dell’enigma. Questo film, checchè ne pensino i lettori di Ammaniti, non condanna il marciume e lo squallore di questi tempi addolorati, ma esalta l’incredibile disillusione di aver compreso che è nella mediocrità apparente che si nasconde la semplicità- le radici– e nella finzione scenica della mondanità v’è la chiave di lettura di un’occasione perduta, di un vortice da cui è impossibile uscire. Jep si ferma, osserva il basso impero dei costumi odierni, le contraddizioni di questa città, l’incoscienza di chi la vive, ma non moralizza, non ha pretese pedagogiche. Jep è un testimone di rara sensibilità, ma i testimoni siedono al di fuori della scena mentre lui stesso ne è protagonista e reggente, aedo e cantore di una vorticosa rovina morale cui solo la perennità di Roma può dar equilibrio. L’estetica, e tutta la colonna sonora, è dominata da una contrapposizione simmetrica di straordinaria riuscita, dall’isteria cafonal alla giacenza monumentale, da Serena Grandi a Fanny Ardant, dal Mosè ai trenini che non vanno da nessuna parte, da panorami ipnotizzanti ad interni caravaggeschi.  Sorrentino riesce nell’incredibile impresa di aprire le danze alla stagione, che tardava a venire, della Cultura che spiega la storia, e in questo caso la nostra storia, e lo fa con un pressante ma fascinoso invito alla riflessione, un sensibile senso immateriale per questa questa società distrutta, con un acume intellettuale di gigantesca raffinatezza. Un’opera completa e risolta, spavalda e coraggiosa, autentica perla scrittoria, prima che cinematografica, di anni più difficili da saper raccontare che da vivere. Toni Servillo è mastodontico e riescono nell’ardua impresa tutti i figuri tragedianti la macchietta moderna, dalla Ferilli in poi. Un film perfetto da cui sarà inutile tentare di fuggire, perchè ci racconta tutti, null’escluso.