Quella che vado a raccontare non è semplicemente una storia di sport, ma è molto di più. Questa vicenda è l’esempio applicato di come dietro una delusione, una tragedia o una sciagura ci sia sempre una gioia, una luce, ancora più luminosa della precedente. Questa è la storia di un paese, lo Zambia, che nonostante i diversi problemi economici e sociali si è stretto intorno alla propria Nazionale di calcio, vincitrice dell’edizione 2012 della Coppa d’Africa svoltasi tra il Gabon e la Guinea Equatoriale. A farne spese sono stati i Les Éléphants della Costa d’Avorio, squadra che nonostante l’impiego di giocatori di fama internazionale come Drogba e Toure si è dovuta arrendere, dopo la lotteria dei rigori, agli uomini di Hervé Renard. La finale si è giocata nello stadio d’Angondjè, a Libreville, in Gabon, un paese e una città legati a filo doppio con la Nazionale dei Chipolopolo, i ‘roiettili di rame, soprannome che deriva dalle grandi esportazioni di questo materiale, una delle risorse più importanti del paese. Ma questo è solo l’epilogo della storia, procediamo con ordine.

La Federazione calcistica dello Zambia fu fondata nell’ormai lontano 1929, quando ancora il paese era un protettorato britannico conosciuto al mondo con il nome di Rhodesia del Nord. Nel 1964 arrivarono prima l’indipendenza dalla corona inglese e successivamente le affiliazioni alla FIFA e alla CAF (Confédération Africaine de Football). Nel 1974, nella nona edizione della Coppa d’Africa svoltasi nell’Egitto del presidente al-Sādāt, gli arancioverdi ottennero la medaglia d’argento; fu lo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) a salire sul primo gradino del podio il quale chiuse la pratica rifilando due reti a Kaushi e compagni. Poi, fatta eccezione per un terzo posto conquistato, sempre in Coppa d’Africa, nell’edizione del 1982 in Libia, più nulla di rilevante fino al 1988. A Gwangju, durante le Olimpiadi di Seul, il 19 Settembre di quell’anno andò in scena Zambia – Italia, una partita valevole per la qualificazione ai quarti di finale e apparentemente facile per gli azzurri. Tuttavia, grazie ad una tripletta di Kalusha Bwalya – uno dei più forti centravanti africani degli anni novanta e stella del Cercle Bruges – e ad una colpo di testa di J. Bwalya, le furie verdi rifilarono una sonora sconfitta agli uomini di Rocca, che uscirono dal campo sotto shock. Lo Zambia verrà poi eliminato ai quarti di finale dalla Germania Ovest ma poco importa, quello che conta è che la federazione riuscì a fare affidamento su una compagine giovane e competitiva, pronta ad ambire alla qualificazione ad un Mondiale.

Dopo questo breve excursus storico riguardante la selezione zambiana arriviamo a una delle pagine più brutte della storia di questo paese, a quel maledetto 27 Aprile 1993: gli arancioverdi, guidati dall’ex calciatore Godfrey Chitalu, dopo aver superato agevolmente il primo girone di qualificazione valido per i Mondiali di USA ’94, vennero sorteggiati con Senegal e Marocco. Era un girone difficile ma i proiettili di rame non temevano nessuno. La prima partita fu proprio contro il Senegal, a Dakar. L’aereo decollò da Lusaka con a bordo l’intera squadra dello Zambia, eccetto Bwalya, il capitano, che si trovava in Olanda e avrebbe raggiunto i suoi compagni con un altro volo. Dopo aver fatto scalo a Brazzaville, in Congo, l’areo atterrò nuovamente a Libreville per un altro scalo. Una volta partito, il motore sinistro prese fuoco e il pilota, forse stanco per le troppe ore di volo, spense per errore il motore destro, quello funzionante, provocando la perdita di potenza dell’areo il quale si inabissò nell’Oceano Atlantico, a 500 metri dalla costa. Nessun superstite. Triste destino. Tutti i 18 giocatori della Nazionale compreso l’allenatore, lo staff tecnico e membri dell’equipaggio affondarono con l’AF-319. Venne stroncata un’intera generazione di possibili campioni. Il paese rimase sconvolto ma nonostante tutto capitan Bwalya prese in mano la squadra trascinandola fino alla finale della Coppa d’Africa del 1994, contro la Nigeria; i Chipolopolo passarono subito in vantaggio ma le Super Eagles rimontarono e vinsero per 2-1. Poco male, i giocatori dello Zambia compirono un’impresa e al rientro in patria vennero accolti come eroi.

E finalmente arriviamo all’epilogo, arriviamo a Libreville: una città, due date, il 27 Aprile 1993 e il 12 Febbraio 2012, un paese, destini diversi; il primo, un destino triste, beffardo, assurdo, che non ha distrutto solo la vita di decine di giovani talenti e le loro famiglie ma anche le speranze di un intero popolo. Il secondo, invece, un destino che si unisce al primo, stavolta buono, il quale ha portato i semisconosciuti calciatori dello Zambia alla vittoria della Coppa d’Africa. Chissà, forse sono stati proprio i ‘gli eroi’ periti nell’incidente a guidare i ragazzi di Renard fino alla vittoria; magari sono stati proprio loro ad accecare Gervinho in occasione dell’ultimo rigore. Chissà quali emozioni avrà provato Christopher Katongo, attaccante e capitano dello Zambia, quando ha alzato la coppa nel cielo di Libreville. Già, proprio nel cielo del disastro. Già, proprio a 500 metri dal luogo dell’incidente. Già, il destino, a volte, gioca sempre un ruolo importante.

FP