Professione: La designazione più corretta sarebbe «traduttore», la più esatta «corrispondente straniero in imprese commerciali». Essere poeta e scrittore non costituisce professione, ma vocazione.” Nota biografica particolarmente soggettiva e alquanto incompleta di Ferdinando Pessoa, scritta da egli stesso; rappresenta i desideri e le interpretazioni dell’autore in quel preciso momento della sua vita, il 30 marzo 1935.

Fernando António Nogueira Pessoa nasce a Lisbona il 13 giugno 1888 e muore il 30 novembre 1935. Definito, dal grande critico letterario Harold Bloom, il poeta più rappresentativo del XX secolo, accanto a Pablo Neruda. Gran parte della sua crescita avviene in Sud Africa, dove la lingua inglese inizia a cantargli nell’orecchio e dove, isolandosi, passa momenti di intensa riflessione che lo porteranno alla sua scelta di vita. Una vita che trova espressione nel giornalismo, nel commercio, nella pubblicità ma sopratutto nella letteratura che lo delinea come figura enigmatica e spesso irriconoscibile a causa dei suoi eteronimi che lo scompongono in varie personalità (Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro e Bernardo Soares). “Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore, il dolore che davvero sente” (Autopsicografia). Ma giustamente Pessoa si chiede anche: “Con una tale mancanza di gente coesistibile come c’è oggi, cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare i suoi amici, o quanto meno, i suoi compagni di spirito?”

Ed è dopo questa domanda retorica che allora si riflette sulla scelta di aderire ad una non-vita di molteplici possibili vite. In “Tabacaria”, Pessoa di sé scrive “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo” e con tutti i suoi sogni del mondo imprime la sua sfaccettata personalità di uomo che percepisce come uno zero ricco di infinito dove quest’illimitato è lo slancio che lo porta a non poter non ascoltare sé stesso, il vero e intimo sé stesso, il vero uomo, l’unico possibile Pessoa, l’unico vero. Tutti i suoi sogni del mondo sono la sua arte, la sua letteratura, la sua poesia che in una discreta vita fatta di un lavoro come tanti altri, lo portano a vivere le tante esistenze possibili di altri lavori e altri uomini che avrebbero potuto scegliere in maniera differente. Ma cos’è o chi è che fa scegliere in modo diverso? Forse il conteso, gli studi, le attitudini, la ragione, le passioni. Può essere scritto nella predisposizione genetica o può dipendere dall’educazione. Forse è un connubio tra logoranti quesiti raziocinanti e intimi sentimenti quasi impenetrabili e impercettibili se non ben ascoltati.

Il Premio Nobel Roger Sperry, dopo aver praticato la resezione del corpo calloso (split brain) a pazienti affetti da gravi forme di epilessia, scopre che ogni lato del cervello non solo è destinato e deputato a funzioni diverse, ma è particolarmente specializzato ed ha una propria coscienza. L’emisfero sinistro è quello della logica, della mente cosciente, della lingua, delle parole, di un ragionamento consecutivo, dell’analisi delle parti, si sente un io separato, conosce spazio e tempo, non ha emozioni. L’emisfero destro è quello della mente subconscia, dell’intuito immediato, dell’istinto, della musica, del disegno, della creatività, del canto, della danza, della vista d’insieme, del misticismo, di chi non conosce spazio e tempo, di chi si sente parte del tutto, di chi ama, odia, ride e piange, è la sede dei sogni, dei colori e di chi ha comunicazione gestuale ed emozionale.
Il cervello è il motore di quelle molteplici opzioni di scelta ma Pessoa è la dimostrazione che la scelta non è possibile. Un emisfero spicca più dell’altro e probabilmente quello dominante deve essere un po’ zittito per poter permettere una profonda integrazione ai fini di un completo abbandono, in regole o in fluido creativo. Diventare, per un periodo, chi si è di meno per ritrovarsi nuovi e più completi in chi si è di più. Chi vi riesce, percorre e trova più vie per completarsi veramente. Pessoa inconsapevolmente si allontana dal suo primo istinto per avere il modo di riavvicinarsi al suo emisfero preponderante in modo più maturo, nitido e consapevole, quindi più libero per viverlo poiché cosciente dell’incoscienza. Viene fatto un grande passo avanti. Pessoa non si limita a essere spettatore di quel che accade e di quel che gli accade, ne diventa complice e si fa beffa dei numeri, della logica, colorandola di misticismo e arte.
Ci si può imbrigliare in un sistema ma durante la notte quando si sogna o mentre si scelgono i colori della giornata, il modo di condurre la vita cambia e viene determinato dal proprio intimo sensibile, dal proprio emisfero dominante e quindi la scelta diventa una non scelta. Il cosa fare nella vita può essere un oculato calcolo di progetto o anche un lasciar scorrere ciò che viene; siamo meno di niente, destinati a finire, destinati a credere di fare un qualcosa di rispettabile ma che sicuramente per qualcun altro non corrisponde al proprio interesse e che quindi torna ad essere insignificante. Ma cosa importa se serba felicità.

Pessoa nei suoi personaggi che gli scrivono lettere, trova la luce nella notte, dove la notte è lo scorrere di quel tempo destinato a finire, una scelta di vita come un’altra. “L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”. Pessoa scrive il cuore dell’arte, di una falsa felicità che pur essendo falsa, è felicità. La felicità di quell’emisfero insopprimibile, di quella sinfonia di parole, colori e musica.

Nella mia mente è sopita una poesia
che esprimerà la mia anima intera.
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.
Non ha strofa, verso né parola.
Non è neppure come la sogno.
E’ un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.
Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,
e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.
So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.
Ma sono contento di sognarla,
è una falsa felicità, benchè falsa, è felicità.

(La Poesia, da Il violinista pazzo)